
VIP
lunedì 10 maggio 2010
DE NUCULARITATE

giovedì 27 novembre 2008
LA ZETA DI ZORRO ZALESKY

Zalesky. Vi dice niente questo nome? No? Neanche a me diceva niente fino alla settimana scorsa poi però mi è capitato di sentirlo nominare in più di un’occasione in qualche trasmissione giornalistica ma sempre di sfuggita, a mezza voce da parte degli addetti ai lavori. La cosa mi ha incuriosito e mi sono informato (potenza di internet…) e ora vi riferisco quello che ho capito. Vi premetto però che trattandosi di argomenti finanziari non vi posso garantire che tutto quello che leggerete sarà esente da qualche imprecisione ma mi perdonerete, faccio l’ingegnere….
Allora Romain Zalesky (Mr Z da qui in avanti) è un uomo d’affari francese, è nato a Parigi nel 1933, di origine polacca che dopo un passato da dirigente per importanti gruppi francesi si è trasferito in Italia dove acquista quote azionarie e il controllo, in qualità di general manager, della Carlo Tassara che è una holding specializzata nella trasformazione dei metalli. E fino a qui niente di male. Ma poi decide di lanciarsi nella finanza e qui la cosa si fa più interessante ma anche più complicata.
All’inizio le cose gli vanno bene anzi più che bene, visto che grazie a soldi presi in prestito da Banca Intesa, la cui dirigenza è vicina a Mr Z, mette a segno ingenti speculazioni di borsa giocando su titoli di colossi industriali italiani quali Falck, Edison e Montedison. Tali speculazioni lo portano a essere tra i primi 500 uomini più ricchi del mondo e le sue holding con sedi in paesi dal fisco allegro, Lussemburgo e Paesi Bassi ma anche Hong Kong e Bermuda, prosperano. La fortuna e la facilità di queste operazioni hanno attirato così l’attenzione, non certo disinteressata, di altre banche principalmente italiane. E con l’assistenza economica dei nostri principali istituti di credito (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi Banca e Bpm) ma anche delle estere Bnp Paribas e Royal Bank of Scotland, il nostro Mr Z si è dato a raid spregiudicati in borsa a seguito dei quali si trova in portafoglio una impressionante serie di partecipazioni in importanti società quotate.
Il meccanismo ricorda tanto quello già visto ai tempi della scalata alla Telecom da parte di Tronchetti Provera.: le banche prestano i soldi e i prestiti sono garantiti dal pegno delle azioni detenute. Ora fintanto che le azioni restano su valori elevati va tutto bene ma se il valore invece crolla come è successo in seguito all’attuale recessione economica allora i prestiti non sono più garantiti. E allora le banche chiedono i rientri delle esposizioni finanziarie.
Per dare l’ordine di grandezza della portata del fenomeno basti pensare che il nostro Mr Z è esposto con le banche per circa 6,2 miliardi di euro a fronte di partecipazioni azionarie, che una volta erano di pari importo ma ora con il crollo delle borse non lo sono più. Per capirci 6 miliardi di euro è la cifra che occorrerebbe al governo per detassare la tredicesima ai lavoratori italiani come misura anticrisi e che il governo non può permettersi per mancanza di liquidità.
E a noi che ce ne cale di tutto ciò? Infatti dopo tutto Mr Z opera per conto proprio e dovrebbe essere responsabile del suo operato. Il problema è che nel portafoglio ci sono quote azionarie consistenti del gotha dell’economia nostrana: Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Generali, Ubi Banca, A2A, Edison, Mittel, Cattolica, Bpm, Mps. E si, avete capito bene, alcune banche hanno prestato soldi a Mr Z che con quei soldi ha comprato quote azionarie di quelle banche stesse. Ora se Mr Z cominciasse a vendere le azioni per rientrare dei soldi e ripagare anche se solo parzialmente il debito potrebbe provocare effetti devastanti: svaluterebbe, a seguito di vendite massicce, il valore nominale delle azioni e lascerebbe vagare pacchetti consistenti a prezzi di svendita con il rischio di qualche OPA “ostile”, come le ha definite Berlusconi. Tra l’altro il fronte delle banche creditrici si è diviso: le straniere Bnp Paribas e
E così quelle stesse banche che in questi giorni magari non vi rinnovano più il fido o non vi scontano più le fatture perché c’è la crisi, prestano 1,6 miliardi di euro a Mr Z senza colpo ferire. E’ l’ennesima vittoria della finanza malata sull’economia reale. Tra l’altro proprio in questi giorni il governo sta parlando di aiutare le banche ricapitalizzandole con il denaro di noi contribuenti. Come contribuente, per quanto piccolo, se le banche facessero quello che dovrebbe essere il loro compito: saper valutare la qualità dei progetti industriali e finanziarli, potrei accettare l’aiuto di Stato alle banche. Ma non posso accettare l’aiuto a queste banche che fanno finanza senza neanche avere l’adeguata competenza per valutare il rischio di credito di gruppi finanziariamente complessi. Di queste banche l’Italia che lavora e produce non ha alcun bisogno e aiutare loro e piuttosto che le imprese in difficoltà è da idioti.
Insomma le banche prestano a Mr Z i soldi per comprare azioni prendendo a garanzia le azioni stesse, chissà poi perché non se le sono comprate direttamente loro le azioni?, quando poi le azioni calano Mr Z va da le banche e dice loro: “Care banche devo vendere le azioni perché le perfide banche straniere rivogliono i soldi!” e le banche italiane: “ No fermo, non vendere che se no ce se comprano, i soldi te li diamo noi, non ti preoccupare, tanto adesso lo Stato ci ricapitalizza”. E noi paghiamo…
E così come Zorro lasciava
lunedì 3 novembre 2008
COMPLESSITA' E CAOS

Ogni promessa è debito: l’altra volta ( vedi FORMICAI, IMPERI, CERVELLI) avevo detto che avremmo visto come la teoria della complessità possa spiegare tante delle cose che ci circondano, oggi quindi ci occuperemo proprio di questo. Prima però dobbiamo compiere un altro passetto nella comprensione dei meccanismi che regolano i sistemi complessi. L’altra volta abbiamo definito, anche se a grandi linee, cosa è un sistema complesso. Oggi vediamo cosa accomuna tutti i sistemi complessi indipendentemente dalla loro natura. I sistemi complessi non si prestano ad essere studiati a livello dei singoli individui costituenti. Le relazioni che li legano, come infatti abbiamo già visto, non sono lineari per cui tra input ed output non c’è una correlazione diretta di causa ed effetto e il comportamento di ogni attore che prende parte al sistema è influenzato da quello di tanti altri anche non contigui e gli effetti possono manifestarsi anche a distanze temporali notevoli (quest’ultimo aspetto non è trascurabile, pensate al ritardo con cui il rilascio dei vari tipi di freon nell’atmosfera ne ha provocato il buco dello strato di ozono o al tempo che è passato tra le prime emissioni di CO2 agli albori dell’era industriale e i tragici effetti dell’effetto serra che si cominciano riscontrare solo oggi). Per capirci, non possiamo studiare un formicaio analizzando il comportamento delle singole formiche: si spostano in maniera apparentemente casuale e incoerente. Se ci soffermassimo a vedere la singola formica che trasporta un pezzo di foglia verso il formicaio, la vedremmo muoversi a casaccio, avvicinarsi poi allontanarsi, poi posare il pezzo di foglia che poi viene preso in consegna da un’altra formica, ecc. Ci troveremmo di fronte ad un comportamento che preso singolarmente non ha una sua coerenza, almeno apparentemente. Ma se allargassimo la nostra visuale vedremmo una unica fila di formiche che trasporta pezzettini di foglia verso il formicaio comune. Guardando i sistemi complessi nella loro globalità, ed in particolare il loro evolversi cioè la loro dinamica, si nota che indipendentemente che si parli di colonie di batteri o della storia umana, questi si comportano con delle analogie inaspettate. L’evoluzione avviene per salti, a periodi di equilibrio pressoché stabile, in cui la complessità del sistema rimane costante, seguono periodi di forte instabilità chiamate biforcazioni catastrofiche a seguito delle quali il sistema trova una nuova stabilità ad un livello di complessità generalmente superiore ma che può essere anche inferiore. A cosa si deve tale comportamento evolutivo comune a fenomeni così diversi? La dinamica evolutiva è dominata da quei fenomeni di retroazione (feedback) che avevamo gi à visto l’altra volta. Questi meccanismi di retroazione possono essere negativi o positivi. Il feedback negativo è quello che stabilizza i processi ed ha il sopravvento nei periodi di stabilità. Prendiamo per esempio il semplice termostato del nostro impianto di riscaldamento: all’aumentare della temperatura ambiente il termostato opererà una diminuzione della temperatura dell’acqua che scorre nei termosifoni con conseguente diminuzione della prima variabile che così, a parte oscillazioni dovuti al ritardo del meccanismo di feedback, porta a mantenere costante
Tornando alla crisi economica globale, con cui abbiamo cominciato tutto questo discorso, anche in questo caso credo ci troviamo di fronte ad una biforcazione catastrofica. Il capitalismo senza regole, che ha garantito un periodo di relativa stabilità è ormai alle corde e piccole fluttuazioni del mercato provocano ripercussioni imprevedibili sulle economie di tutti i paesi del mondo. Nei periodi di biforcazione catastrofica, come abbiamo visto, i meccanismi di feedback positivo hanno il sopravvento e il tentativo di arginare le derive del sistema rappresenta una lotta contro i mulini a vento destinata a fallire. Contrastare l’evolversi del sistema è una battaglia persa in partenza. Meglio farebbero i governi a prepararsi e ad organizzarsi per il nuovo equilibrio su cui si assesterà il sistema. Ma per poter fare questo occorrono uomini (politici, economisti e ricercatori scientifici) preparati, capaci di riconoscere i meccanismi tipici dei sistemi complessi e soprattutto capaci di gestirli. Occorrono cioè persone che sappiano affrontare problemi complessi e non lineari, che sappiano vedere oltre l’ovvietà e l’apparenza, che sappiano cioè vedere dietro l’albero di Alice (vedi IMAGE). In questa ottica la scelta del governo italiano di tagliare i fondi all’istruzione e alla formazione, per investire invece nelle banche, in queste banche, è davvero scellerata.
Tutte queste chiacchiere sono scaturite commentando la notizia dell’aumento del prezzo del pane a fronte della diminuzione del costo del grano. Ma non è una notizia da sottovalutare! Non è stato forse il pane o meglio la sua mancanza, l’origine della rivoluzione francese?
lunedì 27 ottobre 2008
FORMICAI, IMPERI, CERVELLI

La notizia che viene data dal TG1 è questa: mentre il prezzo del grano diminuisce, tanto che è diventato quasi non conveniente continuare a coltivarlo perché non si coprono i costi di produzione, il prezzo di pane e pasta al dettaglio continua ad aumentare. Punto, nient’altro. La notizia viene data così concisa ed asciutta senza spiegazioni o approfondimenti come se fosse la cosa più normale del mondo e non ci sia niente da meravigliarsi. A me così non sembra e mi documento. Nell’ultimo anno il prezzo del grano si è dimezzato mentre il prezzo di pane e pasta è aumentato del 46% circa. Ora il pane è fatto con farina di grano, acqua, qualche volta il sale e il lievito; la pasta neanche con quest’ultimo. Sarebbe quindi logico e aspettarsi che se praticamente l’unico ingrediente con cui sono fatti pane e pasta diminuisce di costo, diminuisca, anche se in percentuale minore, il costo di questi ultimi. Ai tempi dei miei nonni, ma anche più recentemente dei miei genitori, questo legame diretto e lineare ci sarebbe sicuramente stato ma l’economia di oggi è diventata molto più complessa e comportamenti così inaspettati ne sono
Innanzitutto vediamo cosa è un sistema complesso. Partiamo da una sua semplice definizione che dice che: un sistema complesso è un sistema aperto formato da una moltitudine di elementi che interagiscono tra di loro in modo non lineare e che costituiscono un’identità unica organizzata capace di evolversi e adattarsi all’ambiente. Spiegato in questi termini il concetto sembra astruso ma andiamo per gradi. Il fatto che un sistema è aperto significa che il sistema ha degli input dall’esterno come per esempio lo è l’energia solare per l’ecosistema terrestre. Sul resto della definizione basta un esempio per capire: un termitaio è un sistema complesso perché è costituito da un insieme di termiti che hanno interazioni tra di loro (si scambiano cioè informazioni, cibo, ecc.) e pur mantenendo ogni termite la sua individualità il termitaio può essere visto come un’identità a se stante, organizzata (perché le singole termiti sono organizzate secondo mansioni specifiche) e dinamica (il termitaio cresce e si modifica in continuazione). Ma quello che più caratterizza la complessità di un sistema è la rete di relazioni che si instaurano tra gli individui costituenti il sistema e la sua non linearità, di cui abbiamo già detto, e che in altri termini significa che non c’è proporzionalità tra input ed output del sistema. Il fatto fondamentale è che ogni individuo costituente un sistema ha relazioni con un certo numero di altri individui. Queste relazioni possono generare degli input o degli output cioè ogni individuo può ricevere “informazioni” da alcuni individui con cui ha relazioni o cederne. La cosa interessante e che un individuo può ricevere come input informazioni da individui a cui lui stesso a sua volta ha ceduto informazioni, attraverso meccanismi di retroazione (feedback in inglese). Si tratta in genere infatti di sistemi autoreferenziali dove cioè ogni elemento del sistema dipende dagli altri e viceversa rendendo così il comportamento del sistema imprevedibile anche conoscendo in un dato istante tutti gli input che il sistema riceve, perché questi si perdono in una palude di intrecci casuali, sovrapponendosi, annullandosi, rafforzandosi e modificandosi. E così l’input perde la correlazione diretta di causa ed effetto con l’output.
Per tornare alla notizia iniziale che ha scaturito tutto questo sproloquio, il costo del pane ha perso una correlazione diretta con il prezzo del grano perché il sistema economico è un sistema complesso in cui il prezzo all’ingrosso del grano è influenzato dal valore di qualche prodotto finanziario derivato di cui il grano è il sottostante (vedi: PDF prodotti finaziari derivati), dal prezzo del petrolio che incide sui costi di trasporto e sulla bolletta del forno che cuoce il pane e dal valore di borsa delle azioni della grossa distribuzioni che per rifarsi dei tracolli subiti di recente ha bisogno di fare cassa. E il contadino che il grano lo coltiva con tanta fatica? Temo che se lo prenda nel culo attraverso un tipico meccanismo di retroazione. Siamo o no di fronte ad un sistema complesso?
Ora che l’ho rispolverata mi rendo conto che la teoria dei sistemi complessi possa spiegare un po’ delle cose strane che stanno avvenendo in questo ultimo periodo ma magari ve ne parlo la prossima volta. Soprattutto dovremo cercare di capire se fenomeni come quello del prezzo del pane seppure spiegabili con la teoria della complessità debbano essere visti come ineluttabili o invece modificabili operando semplificazioni opportune del sistema.
giovedì 2 ottobre 2008
PDF - Prodotti Derivati (Finanziari)

Visto che lo scopo che mi sono prefissato ultimamente è quello di aumentare il numero di visitatori di questo blog, passo i ritagli di tempo libero col pensare a cosa fare per riuscire nell’intento. Il compito non è facile ma ci provo. Sono giunto alla conclusione che per attirare l’attenzione di un numero sempre più maggiore di lettori è opportuno occuparsi di argomenti di stretta attualità che possano quindi attirare l’attenzione immediata di un più vasto pubblico: di gettarsi cioè sulla notizia. E che c’è di più attuale della crisi finanziaria planetaria? Premetto che io non sono un analista finanziario quindi quello che sto per dirvi potrebbe contenere delle inesattezze, ma spero mi perdonerete per questo.
In questo periodo tutti sono preoccupati delle possibili conseguenze della grave crisi finanziaria statunitense sui nostri risparmi e sui nostri investimenti. Devo dire che non avendo pressoché risparmi e non avendo soldi investiti.la cosa mi interessa relativamente poco. Ma avendo deciso di interessarmi di attualità, con spirito di servizio e abnegazione, mi sono documentato e qualcosa ho capito, magari è sbagliata ma tant’è. Ecco quello che ho capito.
Innanzitutto perché la crisi del sistema finanziario americano influisce sui risparmiatori italiani? La risposta si chiama anche ma non solo, prodotti finanziari strutturati. In questi giorni se ne fa un gran parlare e non c’è giornalista o politico di turno che non se ne riempia
Allora gli strutturati dovrebbero corrispondere, almeno credo, con i prodotti finanziari derivati, così chiamati perché derivano il loro valore da prodotti sottostanti. Questi “sottostanti”possono essere bene reali (come soia, petrolio, caffè, ecc.) o avere natura finanziaria (valore di azioni, indice di borsa, valore di cambio di una specifica valuta, ecc.). Poi, a seconda che si compri il sottostante o solo il diritto a farlo, i derivati si dividono in “futures” e “options”. Siccome le options non le ho capite cercherò di spiegarvi i futures. In particolare i futures che hanno come sottostanti dei beni reali perché sono più facili da spiegare. I futures non sono nient’altro che un contratto a termine. Facciamo un esempio. Mettiamo che in Arkansas ci sia un produttore di mais che è angustiato dalla instabilità del prezzo del mais che dipende da variabili climatiche e ambientali. Dall’altra parte, sempre in Arkansas, c’è un allevatore di suini che ha necessità di comprare mais da utilizzare come mangime per i maiali ma non vuole sottostare alla variabilità del prezzo di quest’ultimo perché vuole pianificare per tempo le sue esposizioni finanziarie. Allora i due si accordano in anticipo sul costo del raccolto futuro di mais e sulla quantità della compravendita. Cioè, per esempio, il produttore si impegna a consegnare tra sei mesi all’allevatore una tonnellata di mais e l’allevatore a pagare alla consegna del mais diciamo mille dollari. E fino a qui è semplice. Poi perché il mondo del commercio è un mondo di pescecani il contratto stipulato viene depositato in Borsa. Questa, chiedendo le opportune garanzie finanziarie a venditore e compratore, garantirà che il contratto venga onorato da entrambe le parti. In questo modo allevatore e agricoltore si tutelano da future fluttuazioni dei prezzi. Sembrerebbe un meccanismo semplice e virtuoso. Ma perché lasciare che il contratto, benché congelato nel prezzo, riposi tranquillo fino a scadenza nelle giacenze della Borsa? La Borsa può metterlo sul mercato, intero o spezzettato che sia. Chi crede che il prezzo del mais tra sei mesi supererà il valore pattuito dal nostro agricoltore e dal nostro allevatore dell’Arkansas, potrà impegnarsi a comprare a mille dollari la tonnellata di mais per poi rivenderla al prezzo più alto di mercato, diciamo mille e duecento dollari, guadagnandoci quindi sopra. Chi invece pensa che tra sei mesi il prezzo del mais sarà minore di quello pattuito nel contratto potrà impegnarsi a consegnare la tonnellata di mais, che comprerà sul mercato diciamo a ottocento dollari, all’allevatore che la pagherà comunque mille dollari come si era impegnato a fare, guadagnandoci quindi sopra. Ora appare chiaro che se il prezzo del mais aumenterà nei mesi successivi di duecento dollari rispetto ai mille stabiliti, chi ha comprato una tonnellata di mais a mille dollari ci guadagnerà duecento dollari e chi si è impegnato a fornirla a mille dollari ci perderà duecento dollari e viceversa nel caso di diminuzione del prezzo. La partita contabile si deve infatti chiudere in pareggio e per uno che guadagna c’è uno che perde. Non è nient’altro che una scommessa sul prezzo futuro di un bene. La stessa cosa si può estendere a qualsiasi cosa anche, per esempio, al valore ad un dato momento di una valuta monetaria. Questi sono i futures, in soldoni.Il problema è che il mercato finanziario non ha confini e quindi nel vostro fondo di investimento ci può essere qualche prodotto finanziario derivato che dipende magari proprio dal prezzo che avrà tra sei mesi il mais alla Borsa di Chicago o dal valore che avrà tra un anno il dollaro neozelandese. E se il mercato USA crolla i nostri futures crollano con lui. A parte questo poi il problema più grande è la mancanza di trasparenza. Innanzitutto quanto ci verrà pagato, anzi vi verrà perché io i futures non ce li ho, in funzione dell’esito dei derivati è in genere sempre quanto meno nebuloso. Infatti viene pagata una cedola che ad esempio può essere pari ad una certa percentuale del valore assoluto della media aritmetica delle variazioni percentuali fatte registrare dal fattore di indicizzazione del parametro di riferimento (il prezzo del mais del nostro esempio). Neanche Tremonti riuscirebbe ad essere più contorto! Secondo poi sarebbe bello sapere da cosa fisicamente il nostro (vostro) fondo di investimento dipende. A me piacerebbe sapere ad esempio sapere che le mie fortune dipendono dal valore del mais dell’Arkansas e dal valore del dollaro neozelandese. Potrei, per quanto nelle mie facoltà, adoperarmi per farne crescere i valori. Che andate a fare in vacanza in Australia, che è pieno di animali velenosissimi?! Andate piuttosto in Nuova Zelanda che lì non ce ne sono. Non vorrete mica andare in Tasmania?! Che lì a parte il diavolo non c’è niente altro. Andate in New Zeland e spendete lì i vostri soldi che così il suo dollaro sale. E poi ancora, che mangiate il prosciutto di Parma. Ma mangiate piuttosto l’ottimo Arkansas slow-smoked ham, il famoso prosciutto affumicato dell’Arkansas, fatto con i maiali dell’Arkansas che mangiano tanto mais dell’Arkansas…….
credits
Per il logo si ringrazia Lucaft qui ritratto in foto