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lunedì 10 maggio 2010

DE NUCULARITATE


Oggi come si può evincere dal titolo del post, voglio trattare di un argomento serio su cui esprimere delle osservazioni personali. Queste ultime molto meno serie.
L’argomento del giorno è il ritorno dell’Italia o per meglio dire del governo italiano - che non sono proprio la stessa cosa, al nucleare per la produzione dell’energia elettrica.
Come premesso le osservazioni che seguono sono del tutto personali ma sono per quanto possibile ragionate. Si perché nell’affrontare un argomento così delicato non si dovrebbe mai perdere di vista la ragione come guida da seguire nell’affrontare argomenti che si prestano per la loro complessità a strumentalizzazioni ideologiche e a controversie di vario tipo.
Ma siamo in Italia e tutto ciò che ha a che fare con la politica è diventato oggetto di tifo fazioso da stadio, per cui da una parte ci sono i sostenitori dei partiti al governo che sono per il nucleare ad ogni costo: quelli che con una barretta di uranio ci alimenterebbero anche lo scaldabagno di casa. Magari di casa del vicino perché non si sa mai…
Dall’altra parte ci sono i detrattori del governo che sono contrari al nucleare a prescindere, quelli a cui, per capirci, appartengono quegli amministratori locali che scrivono “comune denuclearizzato” nella targa di benvenuto al loro paese salvo poi servirsi del reparto di medicina nucleare dell’ospedale del paese vicino in caso malaugurato di bisogno.
Premetto innanzitutto che ritengo che le centrali nucleari di terza e quarta generazione (quelle che si dovrebbero costruire in Italia sono quelle di terza visto che la tecnologia di quarta generazione è ancora in studio e non ancora disponibile dal punto di vista operativo) siano sufficientemente sicure. E dico ‘sufficientemente’ perché nel campo della tecnologia, per quanto sofisticata come in questo caso, la sicurezza assoluta non esiste. Quindi sulla sicurezza delle centrali non nutro perplessità particolari a patto che siano progettate e costruite con serietà, non con il cemento depotenziato dell’autostrada Messina-Palermo, tanto per capirci. E a patto che con altrettanto serietà vengano gestite.
Ma sul versante dei controlli ho sentito già cose che non mi sono piaciute per niente..
Infatti le nuove centrali una volta costruite prima di essere messe in esercizio subiscono una procedura di licensing attraverso la quale un organismo di verifica, controlla che le nuove centrali dispongano di tutte le misure di sicurezza necessarie e che siano state costruite rispettando il progetto e tutte le norme tecniche applicabili. Solo se tutti questi controlli danno esito positivo e solo allora, la nuova centrale otterrà la licenza per poter entrare in esercizio. Ora non bisogna essere scienziati per capire che chi opera questa fase di licensing debba essere un organo terzo che non abbia preso parte al processo di progettazione e costruzione e che non abbia interesse alcuno a che la centrale entri in esercizio oppure no, nel caso risultasse non rispondente a tutti i stringenti criteri di sicurezza. Il governo italiano sembra orientato invece a nominare esso stesso le società di licensing e a fissare in massimo un anno il tempo per completare la procedura autorizzativa stessa. E ci risiamo: il controllato che si controlla da solo! E poi in tutto il mondo la fase di licensing dura svariati anni. Chi siamo noi per poter fissare un termine ultimo così breve? In questo campo la fretta è un lusso che non ci si può proprio concedere. I rischi sono altissimi e insostenibili.
La possibilità che il governo del ‘fare’ diventi il governo del ‘far male’ va scongiurato con ogni mezzo. A parte questo, ripeto: credo che le nuove centrali siano sicure.
E’ su tutto il resto che nutro più di una perplessità…
La prima è di ordine metodologico: l’Italia ha deciso di rinunciare all’utilizzo del nucleare con un referendum popolare. Non vedo perché non si dovrebbe rifare un nuovo referendum per ritornare su questa decisione. L’attuale governo ha si la maggioranza relativa degli elettori votanti ma non rappresenta certo la maggioranza assoluta degli italiani!
La seconda perplessità è di tipo economico. La scelta del nucleare è giustificata con esigenze di ordine strategico di diversificazione delle fonti energetiche e soprattutto con la prospettiva di vedere ridotto il costo dell’energia elettrica. Ma siamo così sicuri che l’energia prodotta dalle nuove centrali nucleari sia così economica? Su questo argomento, sull’economicità cioè delle centrali nucleari, ho letto e sentito di tutto e il contrario di tutto. Si tratta alla fin fine di banali conti economici che ognuno di noi dovrebbe poter capire senza troppe difficoltà se spiegati con sufficiente chiarezza. Il problema è che sul bilancio pesano come macigni alcuni parametri che sono ammantati da un alone di aleatorietà e che i sostenitori e i detrattori del nucleare addomesticano a favore dei loro convincimenti. Ora su alcuni di essi non ci dovrebbero essere incertezze: il costo di una centrale e il tempo necessario alla sua realizzazione dovrebbero essere dati certi e non misteri esoterici. Il problema è che anche su questi dati non c’è assoluta chiarezza senza dimenticarci che siamo in Italia, il paese dove la differenza tra un costo preventivato ed un costo a consuntivo e spesso volentieri è superiore al 100%!
L’idea che mi sono fatto è che la scelta del nucleare è al limite dell’economicità. Sulla convenienza o meno peseranno soprattutto il costo futuro dei combustibili fossili tra cui anche quello dell’uranio su cui è possibili fare previsioni solo approssimative.
A proposito dell’uranio quello che è certo, ma sono cose che il governo si guarda bene dal dire, è che la produzione odierna di uranio minerale è al di sotto delle attuale richiesta mondiale. In altri termini l’uranio estratto dalle miniere di uranio copre solo una parte dell’effettivo fabbisogno totale. La differenza tra uranio estratto e uranio effettivamente utilizzato dalle centrali che a seconda delle fonti varia dal 12 al 30%, viene coperta dall’uranio proveniente dallo smantellamento degli arsenali atomici di Russia e USA e dagli stock strategici. Ora non bisogna essere delle aquile per capire che la quota parte dell’uranio proveniente dal disarmo e dalle scorte strategiche delle superpotenze è destinato ad esaurirsi rapidamente. Si può immaginare un aumento della capacità estrattiva che però a meno di scoperte di nuovi importanti giacimenti, a mala pena potrà soddisfare la richiesta delle attuali centrali ma difficilmente di nuove. Insomma lo scenario dell’approvvigionamento dell’uranio è tale per cui la domanda supera e supererà sempre più l’offerta con conseguenze dirette sull’aumento del prezzo dello stesso. Tra l’altro già adesso il prezzo dell’uranio è in fase di crescita e tutti gli analisti economici sono pronti a scommettere su aumenti sensibili nei prossimi decenni.
Ecco: nell’analisi costi-benefici che valore del prezzo dell’uranio viene o verrà utilizzato? Quello di dieci anni fa in cui il costo era basso e stabile o quello che avrà presumibilmente tra qualche decennio quando le nuove centrali italiani saranno pronte ad entrare in esercizio?
Se la scelta del nucleare viene giustificata dalla necessità di non dover dipendere quasi totalmente da gas russo, perché dovrebbe essere più bello dover dipendere dall’uranio russo, visto che la Russia è tra i principali produttori anche di uranio?
La terza perplessità rappresenta il motivo principale per cui ad oggi sono contrario alla scelta nucleare: il problema delle scorie. In un eventuale referendum sul tema se si dimostrasse ragionevolmente la convenienza economica delle centrali nucleari, voterei a favore ma a patto che si trovi una soluzione vera al problema delle scorie radioattive. La realtà odierna è che il problema delle scorie è lungi dall’essere risolto. Il problema ad oggi nei paesi che possiedono centrali nucleari è risolto grosso modo nella stessa maniera: si fa un buco nel terreno, meglio se in una montagna e meglio se il buco e molto profondo. Poi si prendono le scorie si mettono in bidoni sigillati e magari affogati nel cemento e poi si butta il tutto nel buco e ci si augura che Dio ce la mandi buona…
Questo metodo può andare bene per il breve periodo, ha dimostrato preoccupanti lacune sul medio periodo (mi viene in mente il problema di contaminazione delle falde acquifere avvenuto in Germania in un sito di stoccaggio di bidoni contenenti scorie ricavato in una miniera di salgemma esaurita ed abbandonata. E sul lungo o lunghissimo periodo? Nessuno lo sa o può fare previsioni attendibili.
Questo perché le scorie hanno il difetto non trascurabile, di rimanere radioattive per molti secoli. E nessuno sa, perché non c’è un’esperienza pregressa a tal proposito, come si comporteranno i materiali usati per contenere e schermare le radiazioni a seguito di cento, duecento o trecento anni di radiazioni. Manterranno le loro capacità contenitive o si degraderanno inesorabilmente con conseguenze catastrofiche per l’ambiente? E soprattutto i siti scelti oggi per lo stoccaggio delle scorie perché a basso rischio sismico o di dissesto idrogeologico lo saranno anche tra cento o duecento anni?
Nell’ottica che l’ambiente in cui viviamo l’abbiamo solo preso in prestito dalle generazioni che ci succederanno non mi sento in diritto di lasciargli una eredità così rischiosa sulle spalle.
A proposito di quest’ultimo argomento, ho sentito qualche mese fa in una trasmissione giornalistica un qualche sottosegretario di un qualche ministero dire che secondo previsioni ‘autorevoli’ la tecnologia farà nei prossimi quaranta anni progressi tali da trovare una soluzione definitiva al problema delle scorie radioattive. Ecco allora propongo di rimandare la costruzione delle centrali a tra quarant’anni quando il problema delle scorie sarà finalmente risolto. Se si accettano ragionamenti simili si dovrebbe avere anche il coraggio di dirsi contrari, per esempio, alla costruzione del ponte sullo stretto di Messina perché tanto tra trenta anni sarà inutile visto che presumibilmente entro tale data ci sarà il teletrasporto. (Me l’ha detto il comandante James Tiberius Kirk!)
Ma queste sono solo opinioni mie personali. Credo che la decisione, visto la delicatezza dell’argomento e delle possibili conseguenze sulla vita di tutti noi, dovrebbe essere presa a maggioranza. Non credo che la decisione debba ricadere solo sull’attuale classe dirigente composta prevalentemente da ultrasettantenni formatisi negli anni cinquanta quando il nucleare veniva visto come l’unica scelta possibile, priva di grosse controindicazioni alla crisi energetica. Classe dirigente, quella attuale che tra trenta anni quando dovrebbero entrare in funzione le prime nuove centrali italiane sarà si spera bella e sepolta. Ed effettivamente, a dire il vero ed a pensare male, trovo sospetta l’adesione incondizionata di certa classe politica, il cui orizzonte temporale normalmente non va mai oltre il proprio mandato elettorale, alla costruzione di impianti di cui non godranno direttamente dei benefici. E soprattutto trovo sospetta la fretta che dimostrano nell’intraprendere questa strada senza ponderare preventivamente, come sarebbe giusto invece fare, i pro e i contro. Forse perché la gestione degli appalti per la progettazione, la costruzione e il controllo delle nuove centrali; i suoi frutti illeciti li può dare immediatamente? Mmm..
Comunque affinché i cittadini italiani possano decidere come è giusto che facciano attraverso un referendum, sull’argomento devono poter essere informati in maniera chiara ed obiettiva. Devono poter cioè sentire le argomentazioni di tutti gli esperti del settore: tecnici, fisici, economisti, medici, geologi, biologi, ecc. quelli a favore e quelli contrari ognuno con uguale diritto di spiegare le sue motivazioni e le sue opinioni purché ogni affermazione venga suffragata da dati obiettivi e documentabili.
Ho come però l’impressione che non è proprio questo quello che aveva in mente Berlusconi quando ha detto che l’opinione pubblica italiana andava preparata e formata. Temo che dovremmo sorbirci altri spot con topo Gigio che in camice bianco ci illustrerà la bontà della scelta nucleare. O peggio ancora: innumerevoli puntate di “porta a porta” in cui un parziale Bruno Vespa di fronte al plastico di una centrale nucleare intervisterà: la Parietti, Crepet e l’immancabile criminologo Bruno su perché le centrali nucleari sono la scelta migliore.
Se questa sarà l’”informazione” che ci verrà propinata nei prossimi mesi sull’argomento, invito tutti sin da ora a riguardarsi alternativamente le puntate dei Simpson riguardanti la centrale “nuculare” – come la chiama Homer – di Springfield. Saranno sicuramente più formative. D’OH!

giovedì 27 novembre 2008

LA ZETA DI ZORRO ZALESKY


Zalesky. Vi dice niente questo nome? No? Neanche a me diceva niente fino alla settimana scorsa poi però mi è capitato di sentirlo nominare in più di un’occasione in qualche trasmissione giornalistica ma sempre di sfuggita, a mezza voce da parte degli addetti ai lavori. La cosa mi ha incuriosito e mi sono informato (potenza di internet…) e ora vi riferisco quello che ho capito. Vi premetto però che trattandosi di argomenti finanziari non vi posso garantire che tutto quello che leggerete sarà esente da qualche imprecisione ma mi perdonerete, faccio l’ingegnere….

Allora Romain Zalesky (Mr Z da qui in avanti) è un uomo d’affari francese, è nato a Parigi nel 1933, di origine polacca che dopo un passato da dirigente per importanti gruppi francesi si è trasferito in Italia dove acquista quote azionarie e il controllo, in qualità di general manager, della Carlo Tassara che è una holding specializzata nella trasformazione dei metalli. E fino a qui niente di male. Ma poi decide di lanciarsi nella finanza e qui la cosa si fa più interessante ma anche più complicata.

All’inizio le cose gli vanno bene anzi più che bene, visto che grazie a soldi presi in prestito da Banca Intesa, la cui dirigenza è vicina a Mr Z, mette a segno ingenti speculazioni di borsa giocando su titoli di colossi industriali italiani quali Falck, Edison e Montedison. Tali speculazioni lo portano a essere tra i primi 500 uomini più ricchi del mondo e le sue holding con sedi in paesi dal fisco allegro, Lussemburgo e Paesi Bassi ma anche Hong Kong e Bermuda, prosperano.  La fortuna e la facilità di queste operazioni hanno attirato così l’attenzione, non certo disinteressata, di altre banche principalmente italiane. E con l’assistenza economica dei nostri principali istituti di credito (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi Banca e Bpm) ma anche delle estere Bnp Paribas e Royal Bank of Scotland, il nostro Mr Z si è dato a raid spregiudicati in borsa a seguito dei quali si trova in portafoglio una impressionante serie di partecipazioni in importanti società quotate.

Il meccanismo ricorda tanto quello già visto ai tempi della scalata alla Telecom da parte di Tronchetti Provera.: le banche prestano i soldi e i prestiti sono garantiti dal pegno delle azioni detenute. Ora fintanto che le azioni restano su valori elevati va tutto bene ma se il valore invece crolla come è successo in seguito all’attuale recessione economica allora i prestiti non sono più garantiti. E allora le banche chiedono i rientri delle esposizioni finanziarie.

Per dare l’ordine di grandezza della portata del fenomeno basti pensare che il nostro Mr Z è esposto con le banche per circa 6,2 miliardi di euro a fronte di partecipazioni azionarie, che una volta erano di pari importo ma ora con il crollo delle borse non lo sono più. Per capirci 6 miliardi di euro è la cifra che occorrerebbe al governo per detassare la tredicesima ai lavoratori italiani come misura anticrisi e che il governo non può permettersi per mancanza di liquidità.

E a noi che ce ne cale di tutto ciò? Infatti dopo tutto Mr Z opera per conto proprio e dovrebbe essere responsabile del suo operato. Il problema è che nel portafoglio ci sono quote azionarie consistenti del gotha dell’economia nostrana:  Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Generali, Ubi Banca, A2A, Edison, Mittel, Cattolica, Bpm, Mps. E si, avete capito bene,  alcune banche hanno prestato soldi a Mr Z che con quei soldi ha comprato quote azionarie di quelle banche stesse. Ora se Mr Z cominciasse a vendere le azioni per rientrare dei soldi e ripagare anche se solo parzialmente il debito potrebbe provocare effetti devastanti: svaluterebbe, a seguito di vendite massicce, il valore nominale delle azioni e lascerebbe vagare pacchetti consistenti a prezzi di svendita  con il rischio di qualche OPA “ostile”, come le ha definite Berlusconi. Tra l’altro il fronte delle banche creditrici si è diviso: le straniere Bnp Paribas e la Royal Bank of Scotland hanno manifestato l’intenzione di rientrare comunque del loro credito che ammonta complessivamente a 1,6 miliardi di euro e le banche italiane UniCredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi Banca e Bpm titolari di pegno su azioni proprie, per scongiurare il rischio di vendite da parte di Mr Z, lo rifinanzieranno e lo commissioneranno posticipando la vendita in attesa di tempi migliori.

E così quelle stesse banche che in questi giorni magari non vi rinnovano più il fido o non vi scontano più le fatture perché c’è la crisi, prestano 1,6 miliardi di euro a Mr Z senza colpo ferire. E’ l’ennesima vittoria della finanza malata sull’economia reale. Tra l’altro proprio in questi giorni il governo sta parlando di aiutare le banche ricapitalizzandole con il denaro di noi contribuenti. Come contribuente, per quanto piccolo, se le banche facessero quello che dovrebbe essere il loro compito: saper valutare la qualità dei progetti industriali e finanziarli, potrei accettare l’aiuto di Stato alle banche. Ma non posso accettare l’aiuto a queste banche che fanno finanza senza neanche avere l’adeguata competenza per valutare il rischio di credito di gruppi finanziariamente complessi. Di queste banche l’Italia che lavora e produce non ha alcun bisogno e aiutare loro e piuttosto che le imprese in difficoltà è da idioti.

Insomma le banche prestano a Mr Z i soldi per comprare azioni prendendo a garanzia le azioni stesse, chissà poi perché non se le sono comprate direttamente loro le azioni?, quando poi le azioni calano Mr Z va da le banche e dice loro: “Care banche devo vendere le azioni perché le perfide banche straniere rivogliono i soldi!” e le banche italiane: “ No fermo, non vendere che se no ce se comprano, i soldi te li diamo noi, non ti preoccupare, tanto adesso lo Stato ci ricapitalizza”.  E noi paghiamo…

E così come Zorro lasciava la sua Z sul sedere dei pantaloni del sergente Garcia così Zalesky, novello Zorro dei giorni nostri, lascerà la sua iniziale sulle nostre chiappe. D’altronde, se non erro, el zorro in spagnolo significa volpe….

lunedì 3 novembre 2008

COMPLESSITA' E CAOS


Ogni promessa è debito: l’altra volta ( vedi FORMICAI, IMPERI, CERVELLI) avevo detto che avremmo visto come la teoria della complessità possa spiegare tante delle cose che ci circondano, oggi quindi ci occuperemo proprio di questo. Prima però dobbiamo compiere un altro passetto nella comprensione dei meccanismi che regolano i sistemi complessi. L’altra volta abbiamo definito, anche se a grandi linee, cosa è un sistema complesso. Oggi vediamo cosa accomuna tutti i sistemi complessi indipendentemente dalla loro natura. I sistemi complessi non si prestano ad essere studiati a livello dei singoli individui costituenti. Le relazioni che li legano, come infatti abbiamo già visto, non sono lineari per cui tra input ed output non c’è una correlazione diretta di causa ed effetto e il comportamento di ogni attore che prende parte al sistema è influenzato da quello di tanti altri anche non contigui e gli effetti possono manifestarsi anche a distanze temporali notevoli (quest’ultimo aspetto non è trascurabile, pensate al ritardo con cui il rilascio dei vari tipi di freon nell’atmosfera ne ha provocato il buco dello strato di ozono o al tempo che è passato tra le prime emissioni di CO2 agli albori dell’era industriale e i tragici effetti dell’effetto serra che si cominciano riscontrare solo oggi). Per capirci, non possiamo studiare un formicaio analizzando il comportamento delle singole formiche: si spostano in maniera apparentemente casuale e incoerente. Se ci soffermassimo a vedere la singola formica che trasporta un pezzo di foglia verso il formicaio, la vedremmo muoversi a casaccio, avvicinarsi poi allontanarsi, poi posare il pezzo di foglia che poi viene preso in consegna da un’altra formica, ecc. Ci troveremmo di fronte ad un comportamento che preso singolarmente non ha una sua coerenza, almeno apparentemente. Ma se allargassimo la nostra visuale vedremmo una unica fila di formiche che trasporta pezzettini di foglia verso il formicaio comune. Guardando i sistemi complessi nella loro globalità, ed in particolare il loro evolversi cioè la loro dinamica, si nota che indipendentemente che si parli di colonie di batteri o della storia umana, questi si comportano con delle analogie inaspettate. L’evoluzione avviene per salti, a periodi di equilibrio pressoché stabile, in cui la complessità del sistema rimane costante, seguono periodi di forte instabilità chiamate biforcazioni catastrofiche a seguito delle quali il sistema trova una nuova stabilità ad un livello di complessità generalmente superiore ma che può essere anche inferiore. A cosa si deve tale comportamento evolutivo comune a fenomeni così diversi? La dinamica evolutiva è dominata da quei fenomeni di retroazione (feedback) che avevamo gi à visto l’altra volta. Questi meccanismi di retroazione possono essere negativi o positivi. Il feedback negativo è quello che stabilizza i processi ed ha il sopravvento nei periodi di stabilità. Prendiamo per esempio il semplice termostato del nostro impianto di riscaldamento: all’aumentare della temperatura ambiente il termostato opererà una diminuzione della temperatura dell’acqua che scorre nei termosifoni con conseguente diminuzione della prima variabile che così, a parte oscillazioni dovuti al ritardo del meccanismo di feedback, porta a mantenere costante la temperatura. Accanto ai meccanismi di feedback negativo, convivono meccanismi di feedback positivo. Questi meccanismi a differenza dei primi tendono ad amplificare le grandezze di input del sistema e prendono il sopravvento sui primi nei periodi di instabilità, sono gli attori principali nelle biforcazioni catastrofiche. Ora facciamo prima qualche esempio di feedback positivo e poi faremo alcune considerazioni sulle transizioni catastrofiche dei sistemi complessi. Sono esempi di feedback positivo, l’avvento dei CD sui dischi di vinile: le prime vendite di CD e conseguentemente di lettori CD spinte dall’innovazione tecnologica intrinseca del prodotto ha indotto le case discografiche a ridurre l’offerta di dischi in vinile. Ciò ha indotto sempre più clienti ad abbandonare i vecchi sistemi di riproduzione musicale per passare al CD con aumento delle vendite di quest’ultimo. Analogamente è avvenuto per le videocassette VHS nei confronti delle Betamax, all’inizio le vendite dei due sistemi si equiparavano poi le vendite del primo sistema, per ragioni puramente commerciali, hanno cominciato a crescere innescando così un fenomeno di retroazione positiva che ha portato praticamente alla morte commerciale del betamax. Questo anche se a detta di tutti il VHS era tecnologicamente inferiore al betamax. Quindi attenzione perché non sempre il feedback positivo porta a conseguenze positive! Tornando alle transizioni catastrofiche, queste a discapito del nome non sono generalmente negative di per sé, cioè lo sono a livello dei singoli individui ma non è detto che lo siano a livello del sistema nella sua globalità. Infatti pongono fine ad un sistema di stabilità e ciò consente al sistema di evolversi nella maggior parte dei casi o di involversi in qualche altro caso. Nel periodo di transizione catastrofica i meccanismi amplificatori prendono il sopravvento e il sistema diventa caotico. Diventa cioè sensibilissimo alle variazioni, anche piccole, delle variabili in gioco (avete presente l’effetto farfalla? Il battito delle ali di una farfalla in Brasile che può causare un temporale a New York). Eventi locali perturbatori che in condizioni di stabilità sarebbero state riassorbite dal sistema stesso grazie ai meccanismi di feedback negativo, hanno ora effetto sull’intero sistema con conseguenze inimmaginabili. Hitler, che era un ex caporale dell’esercito e che non era neanche riuscito a laurearsi in architettura e vivacchiava facendo l’imbianchino, ha rappresentato per la storia umana quello che il battito d’ali della farfalla rappresenta per il clima planetario. Se Hitler fosse vissuto in un periodo di stabilità della storia tedesca, le sue farneticazioni sarebbero state riassorbite dal sistema e probabilmente avrebbe continuato a fare l’imbianchino per tutta la vita. Ma purtroppo per la storia è vissuto in un momento di instabilità e le conseguenze di questo sono state, queste si, catastrofiche per l’intera umanità. Passato il periodo della seconda guerra mondiale, che in termini di sistemi complessi ha rappresentato una biforcazione catastrofica, le nazioni coinvolte si sono riorganizzate in sistemi, a più alta complessità, la cui stabilità dura ancora oggi. Per tornare a fatti più nostrani, un esempio di biforcazioni catastrofica è stata rappresentata dal fascismo a cui è seguito un lungo periodo di stabilità garantito da un sistema partitocratrico che ha assorbito tutte le perturbazioni, prima tra tutte quella rappresentata dal terrorismo, ma anche la mafia e i poteri paralleli. Ma sotto l’apparente stabilità hanno cominciato a covare malesseri sempre più diffusi che hanno portato alla nascita della lega Nord e all’inchiesta “mani pulite”. Siamo di fonte ad un’altra biforcazione catastrofica che ha portato alla fine della prima repubblica e dei suoi partiti storici. Siamo nel caos dove ogni mutamento del sistema porta a risultai imprevedibili. E in questo sistema caotico un uomo solo, nano, molto ricco e con i capelli posticci fonda un nuovo partito e prende il potere. Ma il sistema è ancora instabile, con partiti e nuovi personaggi politici che compaio e scompaiono. Non credo che siamo ancora usciti dalla transizione critica anche perché spesso le facce sono rimaste le stesse e i partiti hanno solo cambiato nome.

Tornando alla crisi economica globale, con cui abbiamo cominciato tutto questo discorso, anche in questo caso credo ci troviamo di fronte ad una biforcazione catastrofica. Il capitalismo senza regole, che ha garantito un periodo di relativa stabilità è ormai alle corde e piccole fluttuazioni del mercato provocano ripercussioni imprevedibili sulle economie di tutti i paesi del mondo. Nei periodi di biforcazione catastrofica, come abbiamo visto, i meccanismi di feedback positivo hanno il sopravvento e il tentativo di arginare le derive del sistema rappresenta una lotta contro i mulini a vento destinata a fallire. Contrastare l’evolversi del sistema è una battaglia persa in partenza. Meglio farebbero i governi a prepararsi e ad organizzarsi per il nuovo equilibrio su cui si assesterà il sistema. Ma per poter fare questo occorrono uomini (politici, economisti  e ricercatori scientifici) preparati, capaci di riconoscere i meccanismi tipici dei sistemi complessi e soprattutto capaci di gestirli. Occorrono cioè persone che sappiano affrontare problemi complessi e non lineari, che sappiano vedere oltre l’ovvietà e l’apparenza, che sappiano cioè vedere dietro l’albero di Alice (vedi IMAGE). In questa ottica la scelta del governo italiano di tagliare i fondi all’istruzione e alla formazione, per investire invece nelle banche, in queste banche, è davvero scellerata.

Tutte queste chiacchiere sono scaturite commentando la notizia dell’aumento del prezzo del pane a fronte della diminuzione del costo del grano. Ma non è una notizia da sottovalutare! Non è stato forse il pane o meglio la sua mancanza, l’origine della rivoluzione francese?

lunedì 27 ottobre 2008

FORMICAI, IMPERI, CERVELLI


La notizia che viene data dal TG1 è questa: mentre il prezzo del grano diminuisce, tanto che è diventato quasi non conveniente continuare a coltivarlo perché non si coprono i costi di produzione,  il prezzo di pane e pasta al dettaglio continua ad aumentare. Punto, nient’altro. La notizia viene data così concisa ed asciutta senza spiegazioni o approfondimenti come se fosse la cosa più normale del mondo e non ci sia niente da meravigliarsi. A me così non sembra e mi documento. Nell’ultimo anno il prezzo del grano si è dimezzato mentre il prezzo di pane e pasta è aumentato del 46% circa. Ora il pane è fatto con farina di grano, acqua, qualche volta il sale e il lievito; la pasta neanche con quest’ultimo. Sarebbe quindi logico e aspettarsi che se praticamente l’unico ingrediente con cui sono fatti pane e pasta diminuisce di costo, diminuisca, anche se in percentuale minore, il costo di questi ultimi. Ai tempi dei miei nonni, ma anche più recentemente dei miei genitori, questo legame diretto e lineare ci sarebbe sicuramente stato ma l’economia di oggi è diventata molto più complessa e comportamenti così inaspettati ne sono la conseguenza. Infatti la mancanza di una relazione lineare tra prezzo della materia prima e del prodotto finito è la prova che il sistema economico è un sistema complesso le cui regole non sono facili da prevedere. A questo punto vi consiglio un libro sui sistemi complessi: “Formicai, imperi, cervelli” di Alberto Gandolfi edito da Bollati Boringhieri edizioni Casagrande. Io l’ho letto qualche anno fa ed è stata una lettura illuminante. Acquisendo infatti le nozioni di base sulla teoria della complessità in esso contenute si possono riconoscere i comportamenti tipici dei sistemi complessi che sono ovunque: dal clima alla storia dell’uomo, dal corpo umano all’economia globale, dal singolo batterio alla società di cui facciamo parte. Saper riconoscere questi comportamenti tipici di tutti i sistemi complessi, indipendentemente dalla loro natura, permette di vedere questi fenomeni da un’ottica più ampia. Si perdono magari di vista le fluttuazioni locali del sistema ma si ha una visione d’insieme che permette di vedere l’andamento del sistema nella sua globalità. Provo a spiegare meglio, anche se rinnovo l’invito a leggervi il libro (non spaventatevi, non sono richieste cognizioni scientifiche particolari, in tutto il libro è presente una sola formula, ed è ricco di esempi su sistemi complessi naturali o frutto dell’ingegno umano cosicché ognuno potrà trovare quello con cui ha più familiarità e soprattutto come divulgatore l’autore è molto più bravo di me).

Innanzitutto vediamo cosa è un sistema complesso. Partiamo da una sua semplice definizione che dice che: un sistema complesso è un sistema aperto formato da una moltitudine di elementi che interagiscono tra di loro in modo non lineare e che costituiscono un’identità unica organizzata capace di evolversi e adattarsi all’ambiente. Spiegato in questi termini il concetto sembra astruso ma andiamo per gradi. Il fatto che un sistema è aperto significa che il sistema ha degli input dall’esterno come per esempio lo è l’energia solare per l’ecosistema terrestre. Sul resto della definizione basta un esempio per capire: un termitaio è un sistema complesso perché è costituito da un insieme di termiti che hanno interazioni tra di loro (si scambiano cioè informazioni, cibo, ecc.) e pur mantenendo ogni termite la sua individualità il termitaio può essere visto come un’identità a se stante, organizzata (perché le singole termiti sono organizzate secondo mansioni specifiche) e dinamica (il termitaio cresce e si modifica in continuazione). Ma quello che più caratterizza la complessità di un sistema è la rete di relazioni che si  instaurano tra gli individui costituenti il sistema e la sua non linearità, di cui abbiamo già detto, e che in altri termini significa che non c’è proporzionalità tra input ed output del sistema. Il fatto fondamentale è che ogni individuo costituente un sistema ha relazioni con un certo numero di altri individui. Queste relazioni possono generare degli input o degli output cioè ogni individuo può ricevere “informazioni” da alcuni individui con cui ha relazioni o cederne. La cosa interessante e che un individuo può ricevere come input informazioni da individui a cui lui stesso a sua volta ha ceduto informazioni, attraverso meccanismi di retroazione (feedback in inglese). Si tratta in genere infatti di sistemi autoreferenziali dove cioè ogni elemento del sistema dipende dagli altri e viceversa rendendo così il comportamento del sistema imprevedibile anche conoscendo in un dato istante tutti gli input che il sistema riceve, perché questi si perdono in una palude di intrecci casuali, sovrapponendosi, annullandosi, rafforzandosi e modificandosi. E così l’input perde la correlazione diretta di causa ed effetto con l’output.

Per tornare alla notizia iniziale che ha scaturito tutto questo sproloquio, il costo del pane ha perso una correlazione diretta con il prezzo del grano perché il sistema economico è un sistema complesso in cui il prezzo all’ingrosso del grano è influenzato dal valore di qualche prodotto finanziario derivato di cui il grano è il sottostante (vedi:  PDF prodotti finaziari derivati), dal prezzo del petrolio che incide sui costi di trasporto e sulla bolletta del forno che cuoce il pane e dal valore di borsa delle azioni della grossa distribuzioni che per rifarsi dei tracolli subiti di recente ha bisogno di fare cassa. E il contadino che il grano lo coltiva con tanta fatica? Temo che se lo prenda nel culo attraverso un tipico meccanismo di retroazione. Siamo o no di fronte ad un sistema complesso?

Ora che l’ho rispolverata mi rendo conto che la teoria dei sistemi complessi possa spiegare un po’ delle cose strane che stanno avvenendo in questo ultimo periodo ma magari ve ne parlo la prossima volta. Soprattutto dovremo cercare di capire se fenomeni come quello del prezzo del pane seppure spiegabili con la teoria della complessità debbano essere visti come ineluttabili o invece modificabili operando semplificazioni opportune del sistema.

giovedì 2 ottobre 2008

PDF - Prodotti Derivati (Finanziari)


Visto che lo scopo che mi sono prefissato ultimamente è quello di aumentare il numero di visitatori di questo blog, passo i ritagli di tempo libero col pensare a cosa fare per riuscire nell’intento. Il compito non è facile ma ci provo. Sono giunto alla conclusione che per attirare l’attenzione di un numero sempre più maggiore di lettori è opportuno occuparsi di argomenti di stretta attualità che possano quindi attirare l’attenzione immediata di un più vasto pubblico: di gettarsi cioè sulla notizia. E che c’è di più attuale della crisi finanziaria planetaria? Premetto che io non sono un analista finanziario quindi quello che sto per dirvi potrebbe contenere delle inesattezze, ma spero mi perdonerete per questo.

In questo periodo tutti sono preoccupati delle possibili conseguenze della grave crisi finanziaria statunitense sui nostri risparmi e sui nostri investimenti. Devo dire che non avendo pressoché risparmi e non avendo soldi investiti.la cosa mi interessa relativamente poco. Ma avendo deciso di interessarmi di attualità, con spirito di servizio e abnegazione, mi sono documentato e qualcosa ho capito, magari è sbagliata ma tant’è. Ecco quello che ho capito.

Innanzitutto perché la crisi del sistema finanziario americano influisce sui risparmiatori italiani? La risposta si chiama anche ma non solo, prodotti finanziari strutturati. In questi giorni  se ne fa un gran parlare e non c’è giornalista o politico di turno che non se ne riempia la bocca. Il problema, e questo è tipico di gran parte del giornalismo nostrano, è che questi signori danno per scontato che tutti sappiano cosa siano i prodotti finanziari strutturati: nessuno che si prende la briga di spiegarlo. Io ci provo.

Allora gli strutturati dovrebbero corrispondere, almeno credo, con i prodotti finanziari derivati, così chiamati perché derivano il loro valore da prodotti sottostanti. Questi “sottostanti”possono essere bene reali (come soia, petrolio, caffè, ecc.) o avere natura finanziaria (valore di azioni, indice di borsa, valore di cambio di una specifica valuta, ecc.). Poi, a seconda che si compri il sottostante o solo il diritto a farlo, i derivati si dividono in “futures” e “options”. Siccome le options non le ho capite cercherò di spiegarvi i futures. In particolare i futures che hanno come sottostanti dei beni reali perché sono più facili da spiegare. I futures non sono nient’altro che un contratto a termine. Facciamo un esempio. Mettiamo che in Arkansas ci sia un produttore di mais che è angustiato dalla instabilità del prezzo del mais che dipende da variabili climatiche e ambientali. Dall’altra parte, sempre in Arkansas, c’è un allevatore di suini che ha necessità di comprare mais da utilizzare come mangime per i maiali ma non vuole sottostare alla variabilità del prezzo di quest’ultimo perché vuole pianificare per tempo le sue esposizioni finanziarie. Allora i due si accordano in anticipo sul costo del raccolto futuro di mais e sulla quantità della compravendita. Cioè, per esempio, il produttore si impegna a consegnare tra sei mesi all’allevatore una tonnellata di mais e l’allevatore a pagare alla consegna del mais diciamo mille dollari. E fino a qui è semplice. Poi perché il mondo del commercio è un mondo di pescecani il contratto stipulato viene depositato in Borsa. Questa, chiedendo le opportune garanzie finanziarie a venditore e compratore, garantirà che il contratto venga onorato da entrambe le parti. In questo modo allevatore e agricoltore si tutelano da future fluttuazioni dei prezzi. Sembrerebbe un meccanismo semplice e virtuoso. Ma perché lasciare che il contratto, benché congelato nel prezzo, riposi tranquillo fino a scadenza nelle giacenze della Borsa?  La Borsa può metterlo sul mercato, intero o spezzettato che sia. Chi crede che il prezzo del mais tra sei mesi supererà il valore pattuito dal nostro agricoltore e dal nostro allevatore dell’Arkansas, potrà impegnarsi a comprare a mille dollari la tonnellata di mais per poi rivenderla al prezzo più alto di mercato, diciamo mille e duecento dollari, guadagnandoci quindi sopra. Chi invece pensa che tra sei mesi il prezzo del mais sarà minore di quello pattuito nel contratto potrà impegnarsi a consegnare la tonnellata di mais, che comprerà sul mercato diciamo a ottocento dollari, all’allevatore che la pagherà comunque mille dollari come si era impegnato a fare, guadagnandoci quindi sopra. Ora appare chiaro che se il prezzo del mais aumenterà nei mesi successivi di duecento dollari rispetto ai mille stabiliti, chi ha comprato una tonnellata di mais a mille dollari ci guadagnerà duecento dollari e chi si è impegnato a fornirla a mille dollari ci perderà duecento dollari e viceversa nel caso di diminuzione del prezzo. La partita contabile si deve infatti chiudere in pareggio e per uno che guadagna c’è uno che perde. Non è nient’altro che una scommessa sul prezzo futuro di un bene. La stessa cosa si può estendere a qualsiasi cosa anche, per esempio, al valore ad un dato momento di una valuta monetaria. Questi sono i futures, in soldoni.Il problema è che il mercato finanziario non ha confini e quindi nel vostro fondo di investimento ci può essere qualche prodotto finanziario derivato che dipende magari proprio dal prezzo che avrà tra sei mesi il mais alla Borsa di Chicago o dal valore che avrà tra un anno il dollaro neozelandese. E se il mercato USA crolla i nostri futures crollano con lui. A parte questo poi il problema più grande è la mancanza di trasparenza. Innanzitutto quanto ci verrà pagato, anzi vi verrà perché io i futures non ce li ho, in funzione dell’esito dei derivati è in genere sempre quanto meno nebuloso. Infatti viene pagata una cedola che ad esempio può essere pari ad una certa percentuale del valore assoluto della media aritmetica delle variazioni percentuali fatte registrare dal fattore di indicizzazione del parametro di riferimento (il prezzo del mais del nostro esempio). Neanche Tremonti riuscirebbe ad essere più contorto! Secondo poi sarebbe bello sapere da cosa fisicamente il nostro (vostro) fondo di investimento dipende. A me piacerebbe sapere ad esempio sapere che le mie fortune dipendono dal valore del mais dell’Arkansas e dal valore del dollaro neozelandese. Potrei, per quanto nelle mie facoltà, adoperarmi per farne crescere i valori. Che andate a fare in vacanza in Australia, che è pieno di animali velenosissimi?! Andate piuttosto in Nuova Zelanda che lì non ce ne sono. Non vorrete mica andare in Tasmania?! Che lì a parte il diavolo non c’è niente altro. Andate in New Zeland e spendete lì i vostri soldi che così il suo dollaro sale. E poi ancora, che mangiate il prosciutto di Parma. Ma mangiate piuttosto l’ottimo Arkansas slow-smoked ham, il famoso prosciutto affumicato dell’Arkansas, fatto con i maiali dell’Arkansas che mangiano tanto mais dell’Arkansas…….


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Per il logo si ringrazia Lucaft qui ritratto in foto