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venerdì 6 gennaio 2012

Kindle Kindle little star...


Cominciamo subito col dire che Steve Jobs avrebbe detto che è una merdata. Sto parlando del Kindle 4 che è l'ultimo lettore di e-book di Amazon che mi sono regalato per Natale. Ma Jobs non aveva mezzi termini, per lui le cose o erano fantastiche o delle ignobili schifezze. Effettivamente il Kindle che ho davanti a me non si può certo dire che abbia il design raffinato, essenziale e zen dell'iPad con cui sto scrivendo questo post. Ne si può tantomeno dire che possa fare anche solo una minima parte delle tantissime fantastiche cose che può fare l'iPad. Permette di fare sostanzialmente una sola cosa: leggere e-book e questo compito lo assolve in maniera egregia e ad un costo che direi essere veramente competitivo.

Si lo so anche l'Apple ha messo su un sistema per i suoi dispositivi portatili per la lettura e la vendita di e-book che si chiama (non poteva essere diversamente) iBooks. L'ho provato con il solito iPad e l'ho trovato semplicemente fantastico. Potete acquistare dallo store (il negozio virtuale) un libro di vostro gradimento, scegliendo tra una ricca offerta di titoli e magari dopo aver scaricato gratuitamente un ricco estratto per essere sicuri che il libro soddisfi i vostri gusti letterari. Poi potete settare il dispositivo a vostro piacimento: scegliere il tipo di font, la grandezza dello stesso, la tonalità del bianco che fa da sfondo alla pagina, la luminosità dello schermo e godervi la lettura mentre magari vi sentite un po' di musica in sottofondo. Per non parlare della bellezza dell'effetto grafico del cambio di pagina con un semplice gesto del dito, con il testo della pagina che si vede traslucido sul retro della pagina che si piega: sbalorditivo!

Ecco tutto questo nel Kindle ve lo sognate. Il Kindle è molto più spartano: tipo di font, luminosità e colore dello sfondo sono fissi mentre le dimensioni dei caratteri sono scalabili tra otto diverse grandezze. Vi chiederete, a questo punto, perché mi sono comprato il Kindle se già possedevo l'iPad? Se qualcuno di voi che possiede un iPad ha provato a leggere con esso un libro intero, conosce già la risposta. La risposta sta nel tipo di schermo: l'iPad ha uno schermo tipo quello dei computer e cioè uno schermo a cristalli liquidi retro illuminato. Leggere anche solo cinquanta pagine consecutive su uno schermo del genere rappresenta una cosa che mette a dura prova la salute dei vostri poveri occhi, senza contare che come tutti gli schermi illuminati, questo si legge malissimo in presenza di luce diretta (leggere un iPad al mare in pieno sole risulta quasi impossibile se non ci si rifugia all'ombra di un ombrellone).

Il Kindle invece possiede uno schermo dotato della più recente tecnologia a inchiostro elettronico. Si tratta di schermi non retro illuminati in cui delle particelle di "inchiostro" caricate elettricamente si dispongono sullo schermo a formare la pagina. Lo schermo consuma energia solo nel cambio pagine per generare i campi elettrici necessari allo spostamento delle particelle di inchiostro. Il risultato è quello di leggere come su un foglio di carta (anche se lo sfondo è un po' grigetto e non proprio bianco) senza fastidiosi riflessi e senza affaticare la vista, purché lo schermo sia illuminato adeguatamente: a differenza dell'iPad, il Kindle non si può utilizzare a luce spenta. Grazie a questa tecnologia molto risparmiosa in termini di energia, a patto però di limitare allo stretto necessario l'utilizzo della connessione wifi necessaria a scaricare i libri acquistati se non si vuol connettere il Kindle ad un computer fisso tramite la porta USB, la carica della batteria dura un mesetto. La memoria interna consente di immagazzinare più di mille libri cosicché potete partire per la vacanze estive portandovi appresso tutti i libri che vi servono senza neanche aver di bisogno portarvi il carica batteria.

Ecco, se ci si limita ad utilizzare il Kindle solo per leggere libri, allora non ci sono storie: risulta essere decisamente più efficiente del dispositivo Apple. A vantaggio del dispositivo di Amazon ci sta anche il fatto che è estremamente comodo da portare in giro, infatti pesa meno di duecento grammi e sta comodamente nella tasca di una giacca. E poi, non ultimo, ha il vantaggio di essere di Amazon. Il che vuol dire un numero di titoli di e-book senza uguali, superiore a quello che può offrire Apple o qualsiasi altra casa editrice ed un sistema integrato di editoria e di e-commerce al momento imbattibile.

Infatti vi offre la possibilità, nel caso siate degli scrittori o aspiranti tali, di pubblicare direttamente in formato elettronico su Amazon riconoscendovi fino al 70% del prezzo di vendita e come se non bastasse vi offre la possibilità di pubblicizzare il vostro libro direttamente sul vostro blog o sito, ogni scrittore che si rispetti dovrebbe averne uno. Come potete vedere, qui accanto a destra del post, io ho pubblicizzato il romanzo di mio fratello (se volete qui c'è la mia recensione). Cliccando sull'apposito bottone potete comprarlo in edizione purtroppo solo cartacea perché l'editore che ne detiene i diritti non si è ancora deciso a pubblicarlo in formato elettronico. Se poi volete acquistare il Kindle non avete che da collegarvi al sito di Amazon, registrarvi, pagare i novantanove euro, e aspettare i due-tre giorni necessari alla consegna del pacco.

Ah un ultima cosa... Nel caso aveste veramente decisi di comprare il Kindle accedete al sito di Amazon attraverso i link che trovate qui affianco almeno anche io ci guadagno qualcosa. E non dite che sono venale!


PS A parte tutto quanto scritto sopra, uno dei più grossi vantaggi degli e-book reader sta nel fatto di poter variare a proprio piacimento le dimensioni dei caratteri con cui è scritto il testo. Mia madre che ha un problema di macula alla retina di un occhio non riusciva quasi più a leggere. Ora da quando le abbiamo regalato un Kindle, impostato con dei font molto grandi, leggere per lei non è più un'impresa al limite dell'impossibile. Ma anche per chi, avendo un'età simile alla mia, comincia ad avere imbarazzanti problemi di presbiopia, il Kindle permette di leggere, scegliendo le opportune dimensioni del font, senza l'ausilio di fastidiosi occhiali.

venerdì 10 giugno 2011

PARADOX


Chiacchiere da pub, qualche birra di troppo... viene fuori il discorso del motore a gatto imburrato...

Confesso che non ne avevo mai sentito parlare prima, lo trovo simpatico e penso che potrebbe essere un argomento divertente per un futuro post. Poi però tornato a casa, basta un breve giretto su internet per rendermi conto che non si tratta di un idea inedita, partorita dall'effetto dell'alcol sulla mente scientifica del mio compagno di bevute (che per inciso era mio fratello): diversi siti riportano il caso e addirittura wikipedia tratta dell'argomento.

Però magari voi non ne avete mai sentito parlare e trattandosi di materia quanto mai di attualità ho deciso, in veste di divulgatore, di presentarvi quello che è un arguto paradosso pseudo scientifico.

Il paradosso del gatto imburrato si basa sul combinato disposto di due leggi:

  • un gatto cade sempre sulle zampe;

  • un toast cade sempre dalla parte imburrata (una delle più famose declinazioni della legge di Murphy).

Orbene se si riesce a convincere un gatto a farsi legare un toast imburrato sulla schiena e lo si lascia cadere (il gatto) da una certa quota e se le due leggi sono vere entrambe (e vere lo sono come vedremo più avanti): allora il gatto non potrà atterrare né sulla schiena, perché così facendo contraddirebbe il fatto che il gatto cade sempre sulle zampe, né sulle zampe perché così facendo, entrerebbe in contraddizione palese con la legge di Murphy, né tanto meno su di un fianco in quanto così negherebbe entrambe le leggi. E cosa succede al gatto allora?

Qui la cosa si fa molto interessante. Secondo l'ipotesi più accreditata comincerebbe a ruotare su se stesso senza mai toccare terra, ma non si può del tutto escludere l'ipotesi che cominci a oscillare sul suo asse sotto la spinta delle due forze rotazionali contrapposte, sempre senza mai arrivare a toccare il suolo. E così in un colpo solo ci si troverebbe di fronte ad un moto perpetuo e ad un moto antigravitazionale concomitante. Roba da far tremare i polsi a Zichichi!

Certo non mancano dei punti interrogativi: quale sarà la velocità di rotazione o frequenza di oscillazione del gatto e a quale altezza da terra si fermerà la caduta del gatto. Studi più approfonditi in tal senso sarebbero auspicabili.

Comunque ai più svegli di voi non saranno passate inosservate le possibili conseguenze pratiche del fenomeno. Si potrebbe pensare, ad esempio, a delle scarpe con suola a gatto rotante che potrebbero sostituire gli ingombranti paracadute. Certo si tratterebbe di zatteroni, tipo le scarpe dei Cugini di Campagna, che male si presterebbero all'uso sul campo dei parà della Folgore...

Oppure si potrebbe pensare di applicare ad uno dei due orifizi in asse del gatto, l'albero di una dinamo o di un alternatore e produrre così energia elettrica. Con buona pace delle gattare ecco un motivo per votare, senza troppi rimpianti, “si” al prossimo referendum sul nucleare!

Certo so già quali potrebbero essere le obiezioni che i nuclearisti più convinti potrebbero sollevare sull'argomento. Quale sarebbe il bilancio energetico della dinamo a gatto rotante? Si perché studi scientifici più accurati hanno inequivocabilmente dimostrato che la legge secondo la quale un gatto cade sempre sulle zampe, tende a valere esclusivamente per un gatto vivo (gatti morti lasciati cadere da altezze diverse tendono a cadere indifferentemente sulla schiena o sulle zampe). In tal caso l'energia spesa per nutrire il gatto rotante (sorvolando sulle difficoltà di nutrire un gatto che ruota vorticosamente) e tenerlo in vita, che quota parte rappresenta rispetto all'energia totale prodotta? In altre parole un singolo gatto rotante quanta energia (kilogattora) potrebbe produrre? E ancora, quanti gatti occorrerebbero per produrre l'energia prodotta da un singolo reattore nucleare?

Prime stime approssimative indicherebbero in quasi cento ettari la superficie da ricoprire con una distesa di gatti rotanti e relativi micro alternatori, per generare una potenza di 800 MW (taglia di una centrale nucleare di media potenza). E poi ci sarebbe il problema dell'inquinamento. Pensate solo per un istante alla cacca prodotta da cento ettari di gatti...

Ma si tratta di una tecnologia ancora in embrione, certamente ancora da studiare, ma dalle promettenti aspettative.

E comunque meglio la cacca di gatto che è biodegradabile delle scorie radioattive!



PS

Non sarà passato inosservato che ho asserito in precedenza che le due leggi sono vere entrambe. Ed effettivamente lo sono, nell'esperienza “normale” che abbiamo con i fenomeni descritti dalle leggi stesse. Il gatto ha un organo vestibolare particolarmente sviluppato che gli conferisce un buon senso dell'equilibrio. Ciò spiega la sua particolare capacità di rigirarsi durante una caduta per atterrare sulle sue zampe, Anche se ciò non è sempre sufficiente a salvargli la vita. Personalmente so di un gatto di una mia amica che è sopravvissuto alla caduta dall'ottavo piano, praticamente illeso a parte qualche zampa fratturata. Sul toast imburrato: è vero, cade sempre con la parte imburrata verso terra. E non centra niente il fatto che la superficie imburrata pesi impercettibilmente di più della faccia opposta. E' che quando ci cade una fetta imburrata, ciò avviene perché ci scivola da un piatto o dalla mano o da un tavolo. E quando questo avviene succede qualcosa che ha poco a che vedere con la legge di Murphy ma molto di più con la legge di Newton. Siccome la fetta cade perché normalmente scivola da un bordo parallelo al pavimento (piatto, mano o tavolo che sia), nel cadere ruota. La prima legge di Newton ci dice che quando un oggetto compie un movimento, persiste nel farlo fintanto che non intervenga una causa esterna a fermarlo. Quindi il toast ruota fintanto che non incontra il pavimento ma durante il tragitto riesce a compiere solo mezza rotazione (poco più o poco meno).Ed è per questo che cade sempre sul lato imburrato. Se fossimo alti quattro metri, probabilmente il toast ce la farebbe a fare una rotazione completa e nel caso la legge ci direbbe l'esatto contrario.

Come sempre avviene nella fisica, le condizioni al contorno sono determinanti! In particolare la legge di Murphy, sul toast imburrato, vale si sempre ma solo nel caso di cadute per scivolamento che possono occorrere nelle normali movimentazioni che facciamo del toast.

Credo ahimè che dovremmo mettere una pietra sopra all'idea del motore a gatto imburrato. Ma non per questo votate a favore del nucleare!


lunedì 7 giugno 2010

Balaneria: breaking news


Parli del diavolo e spuntano le corna. So che è soltanto una semplice coincidenza ma il breve lasso di tempo (due giorni) che è intercorso tra il mio ultimo post e l’arrivo per posta del rendiconto trimestrale della mia carta fedeltà PAM, lascia quantomeno un po’ interdetti. Che PAM mi stia spiando leggendo il mio blog? Sembra fantascienza ma come vedremo nel prossimo post che avrà come argomento proprio i blog, non è poi un’ipotesi troppo lontana da divenire realtà…
Il resoconto l’ho ricevuto sabato e oggi che è domenica ho un po’ di tempo per studiarlo con calma. Il miglior modo per sconfiggere il nemico è conoscere come pensa e come agisce!
Vediamo. Innanzitutto ci sono dei buoni spesa tout court senza ulteriori condizioni per una decina di euro. E’ l’obolo che PAM mi paga per poter studiare le mie abitudini di spesa attraverso la tracciabilità degli acquisti garantitagli dalla mia carta fedeltà. Ma oltre agli innocui buoni spesa, la magnanima PAM mi propone quattro extra sconto per acquisti fatti rispettivamente nel reparto surgelati, nel reparto bevande esclusi acqua e vino, per i salumi serviti al banco e al reparto ortofrutta. A rettifica di quanto detto nel post precedente devo dire che gli extra sconto riguardano articoli che normalmente acquisto nella mia spesa settimanale. Questi extra sconto ammontano a circa il 20%, non male ma mi sarei aspettato di più da PAM, ma sono condizionati al raggiungimento di un importo minimo di spesa diverso a seconda del reparto.
E qui sta l’inghippo. Si perché ad occhio e croce l’importo minimo che devo raggiungere per garantirmi l’extra sconto del 20% (una tantum) mi sembra maggiore di quanto spenda normalmente durante la mia spesa abituale. Direi che PAM subdolamente sta invogliandomi a spendere di più: ad comprare quantità maggiori di quei prodotti che normalmente acquisto. Sta cercando, blandendomi con i suoi sconti, di far alzare di un po’ l’asticella dei miei acquisti. E poco importa se comprerò più di quello che mi serve e se quindi i bene scadranno e finiranno nella spazzatura o se vedrò aumentare i miei consumi e con essi il responso impietoso della bilancia.
Ma ora che so a che gioco sta giocando PAM mi comporterò di conseguenza… Comprerò per me le maggiori quantità richiestemi per ottenere gli extra sconti dei beni non deperibili (bevande e surgelati il cui consumo potrò dilazionare nel tempo) e le altre solo quando avrò ospiti a cena che ne giustifichino i maggiori consumi, per esempio.
Non sono un passivo babbano, io; ma un balano consapevole pronto a dar battaglia alla grande distribuzione con le sue stesse armi.
Lo so cosa state pensando: il sole di questi giorni mi ha dato alla testa e che comunque è una battaglia persa in partenza. Può essere ma non toglietemi la speranza di poter combattere per un mondo migliore, anche al supermercato!

martedì 18 maggio 2010

PostaCertificat@


Alla fine mi sono deciso. L’altro giorno ho richiesto l’attivazione di una casella di posta elettronica certificata (PEC) che il governo italiano offre gratuitamente a tutti i suoi amati cittadini. Voglio subito precisare che ho aderito all’iniziativa non perché particolarmente interessato al prodotto in se, ne perché, come sicuramente state malevolmente pensando, non sappia resistere alla lusinga di qualsiasi cosa mi venga fornita a titolo non oneroso. Infatti da più di un anno possiedo una casella di PEC che altrettanto gratuitamente mi fornisce l’ordine professionale a cui appartengo.
Se l’ho fatto è stato solo per timore di finire nel novero di coloro che dovendo dei soldi al fisco o a qualche ente pubblico, magari a causa di qualche cartella esattoriale “pazza” si ritrovano con la casa pignorata senza che gli sia stato notificato alcunché. In realtà credo di dover nulla al fisco o a chicchessia ma la puntata di Report sul modo, a dir poco disinvolto, che Equitalia utilizza nella sua attività di riscossione delle cartelle esattoriali, mi ha messo sul chi vive.
Visto che la pubblica amministrazione utilizzerà la PEC per comunicare con i cittadini, sarà più difficile per Equitalia sostenere di aver notificato ingiunzioni di pagamento che in realtà pare non ha sempre l’interesse di notificare con quello zelo che dovrebbe essere necessario.
E poi avevo letto o sentito da qualche parte che il governo avrebbe pubblicato su internet sull’apposito portale web l’elenco di tutti gli indirizzi di PEC. Vuoi vedere, mi son detto, che riesco a porre fine all’incubo peggiore che ha rovinato tanti dei miei sabati mattina? Quale? Ma chiaramente la presenza nella casetta delle lettere di casa del maledetto avviso di giacenza di una raccomandata con avviso di ricevimento! Che altro?
Ho la sfortuna di non essere mai a casa, visto che lavoro, durante l’orario di consegna della posta. A questa sfortuna si somma la sfortuna ulteriore che il palazzo dove vivo non è fornito di portiere. Così ogni qualvolta mi viene recapitata una raccomandata con ricevuta di ritorno sono costretto ad andare a ritirarla all’ufficio postale. Chiaramente di sabato mattina perché gli altri giorni ho il vizio di lavorare, mettendomi in coda ai tanti che come me si trovano nelle mie stesse sfortunate condizioni. Che poi perché uno deve mandare una raccomandata con ricevuta di ritorno e non una raccomandata normale? Bo! Non ho ancora trovato nessuno che ha saputo darmi una spiegazione soddisfacente. La ricevuta di ritorno prova che mi hai spedito una lettera ma non prova niente circa il suo contenuto. Posso sempre dire che la busta era vuota. O no?
Comunque in ogni caso il ricorso sempre più intollerabilmente frequente a tale prodotto postale appare quasi sempre ingiustificato.
E così con il cuore ricolmo dalla speranza di non essere pirateggiato da Equitalia e di vedere recapitate tutte le raccomandate con avviso di ricevimento comodamente sullo schermo del mio PC senza doverle andare a ritirare, dopo file inenarrabili, alla posta; mi sono collegato al sito www.postacertificata.gov.it e ho fatto la mia richiesta di attivazione della PEC.
Sul sito e sulle modalità del suo utilizzo: nulla da eccepire: chiaro, facile, veloce. Ho compiuto l’operazione di iscrizione on line in pochi minuti. Poi però leggo che per perfezionare l’attivazione della PEC devo recarmi presso un ufficio postale munito di un documento di identificazione valido e del codice fiscale. Ma perché? Perché non posso scannerizzare questi documenti e mandarglieli via e-mail o magari via fax come ho fatto per attivare la PEC dell’ordine degli ingegneri? Poi mi faccio coraggio, mi dico che tanto è una delle ultime volte che accade, e vado alla posta.
Faccio la mia brava fila, parlo con il giovane impiegato -stranamente sembra anche simpatico-, gli do la mia carta d’identità e il mio tesserino sanitario contenente il codice fiscale. Lui da parte sua coscienziosamente ne fa delle fotocopie e poi controlla che i dati corrispondano esattamente a quelli che io avevo precedentemente inserito nel sito. “Tutto a posto” mi dice, “ma adesso viene la parte piu lunga”. Al mio sguardo interrogativo mi dice che adesso deve stampare il contratto. In duplice copia! Ci vorranno almeno venti minuti!
Lancia la stampa e se ne va. E io capisco subito che non stava affatto scherzando. Sì perché la stampante è un enorme vecchia stampante ad aghi che vibrando e sferruzzando sonoramente riesce a produrre solo poche righe per minuto. L’impiegato torna che la prima pagina non è ancora terminata. “Ma Brunetta non poteva fornirvi di una stampante decente?” gli chiedo sorridendo. “Brunetta sta dentro la stampante!” mi risponde serio e se ne rivà.
Effettivamente le dimensioni mastodontiche e il modo in cui la stampante vibra facendo muovere anche il tavolo su cui è poggiata possono far legittimamente pensare che Brunetta vi sia contenuto veramente e che vi si muova, come suo solito, in maniera inconsulta.
Quando ritorna la seconda copia è appena uscita dalla macchina e giace per terra. Firmo una copia del contratto -che meno male che era di una sola pagina- e mi consegna soddisfatto la seconda copia. Il tutto è durato almeno venti minuti, non sto purtroppo scherzando.
Nell’andarmene, curioso come una scimmia di sapere cosa ci potesse essere scritto di così importante nel fantomatico contratto, do una scorsa veloce alla pagina.
“C’è un problema” gli dico “io non sono Ce/op Ef !Cfofefuj e non sono nato a Spnb”.
Si perché nella mia copia del contratto il form è scritto correttamente ma nei campi che dovrebbero contenere i miei dati personali sono inserite sequenze di caratteri casuali. Glielo faccio notare. Lui sbianca all’idea di dover ristampare quelle due pagine. Poi però legge la sua copia e tira un sospiro di sollievo. La sua copia è corretta! Me ne farà una fotocopia.
Ma perché non l’ha fatta subito la fotocopia, invece di stampare la seconda copia? Avremmo risparmiato dieci minuti buoni! Bo!
Finalmente ho la mia copia corretta del contratto, con tanto di timbri postali tondi –che sulla mia copia non c’erano-. Siamo nel 2010 ma non c’è niente da fare: in Italia solo i timbri tondi danno il crisma dell’ufficialità. Penso al fatto che dalla sinergia di Poste Italiane S.p.A., Telecom Italia S.p.A. e Postecom S.p.A mi sarei potuto un software di stampa migliore e me ne torno in ufficio.
Qui mi collego al sito e contro ogni mia previsione la mia nuova PEC è attiva. Provo a mandarmi una mail dalla mia vecchia PEC dell’ordine ma niente. Allora provo a fare il contrario ma niente lo stesso. Esprimo il mio disappunto a Luca che mi dice che la posta certificata del governo è una posta certificata finta, che si possono inviare e ricevere mail solo con la pubblica amministrazione.
Maledizione! Ma allora continuerò a ricevere avvisi di giacenza di raccomandate inutili che rompicoglioni non statali mi mandano più volte al mese?
FANCULO LA POSTA CERTIFICATA!

mercoledì 15 ottobre 2008

YOGA - F.A.Q.


Come potete facilmente evincere dall’immagine a lato, anche oggi mi occuperò di yoga. Prima che me lo chiediate, vi anticipo: “no”, non sono io quello della foto. E ancora: no, non la so fare quella posizione e temo che non la saprò mai fare. Contenti? La foto mi servirà per spiegarvi alcune cose sullo yoga. Ma andiamo per ordine. Forse sarebbe stato più semplice spiegare cosa lo yoga “non è” piuttosto che impelagarsi nel tentativo di spiegare in cosa consista lo yoga, come ho tentato di fare la volta scorsa. Effettivamente rileggendo quanto scritto la scorsa settimana mi accorgo che la descrizione fatta appare purtroppo nebulosa e piuttosto lacunosa. Nell’invitarvi ancora una volta quindi a cominciare a praticare lo yoga: valgono infatti di più quindici minuti di pratica che mille spiegazioni, tenterò di riuscire nell’ardua impresa rispondendo alle domande che frequentemente mi vengono poste al riguardo. Le FAQ (acronimo inglese per frequently asked questions), cioè le domande più frequentemente poste su un argomento, sono un metodo molto utilizzato in internet per cercare di dare spiegazioni semplici ad argomenti anche molto complicati. Invece che tentare di dare una spiegazione esaustiva di un argomento si danno le risposte alle domande pratiche che spesso incorrono. Non è un sistema forse elegante di affrontare intenti divulgativi ma sicuramente efficace. Veniamo quindi all’argomento di questo post e del precedente.

Lo yoga serve a rilassarsi? In generale no! Tutt’altro! Lo yoga infatti serve a liberare e a far scorrere l’”energia” del corpo. In effetti dopo le lezioni di yoga spesso ci si sente piacevolmente “energizzati”. La spiegazione orientale vi dirà che ciò succede perché si sono attivati dei percorsi energetici interni al corpo o stimolati i chackra (i centri di energia). Più probabilmente, con una spiegazione più occidentale anche se meno elevata, ciò succede invece perché si sono stimolate attraverso particolari asana certe parti del corpo, ad esempio le ghiandole surrenali, con conseguente produzione di endorfine. Va anche detto, ad onor del vero, che sono tipiche dello yoga alcune tecniche di rilassamento, poi riprese dal moderno training autogeno. Ma questo rilassamento non è fine a se stesso ma finalizzato alla meditazione.

Nello yoga si suda? Certo che si! Se non ci credete guardate la foto! Lo yoga non è ginnastica ma va detto che le asana che chi pratica lo yoga assume sono molte faticose in particolare per i principianti che sono molto legati, fisicamente parlando. Prendo spunto dalla foto per chiarire un paio di cose. Per poter fare una posizione del genere occorre elasticità, forza ed equilibrio. L’elasticità del corpo è una conseguenza non una finalità. Lo yoga non è infatti stretching anche se alcuni esercizi di stretching derivano dallo yoga. Le posizioni sono statiche e vanno mantenute per tempi che per i più esperti possono essere anche molto lunghi. Nell’asana ci si concentra sulla respirazione che serve anche a perfezionare la posizione stessa.

Nello yoga si fanno i muscoli? Se si parla di volume, non è detto! Se si parla in termini di elasticità e potenza,allora si. Tornando alla foto per poter raggiungere quella posizione bisogna avere sufficiente potenza degli avambracci e degli addominali ma soprattutto mobilità delle articolazioni delle anche. Va però detto che il bravo yogini, cioè colui che pratica lo yoga, raggiunge la posizione attraverso successivi stati di equilibrio e nella posizione di equilibrio il ricorso alla forza è minimo. E’ più importante aver consapevolezza del proprio corpo.

Nello yoga ci si addormenta? Non si dovrebbe! Ma durante alcune tecniche di rilassamento tipiche dello yoga nidra, che portano ad un sonno apparente in cui però la mente rimane vigile ma sgombra da pensieri, la differenza tra sonno apparente e sonno vero e proprio è molto labile, soprattutto se uno ha sonno(quello vero).

E con questo è tutto. Non so se ho reso un buon servizio allo yoga. Spero comunque che se anche, cosa che credo, non sono riuscito a spiegare cosa sia lo yoga, di avervi fatto venire almeno la voglia o la curiosità di provare.

Arinamastè

venerdì 26 settembre 2008

IN HOC SITO VINCES


La parafrasi della famosa frase attribuita a Costantino e da questi pronunciata prima della battaglia vittoriosa contro Massenzio spero sia di buon auspicio per questo sito o più precisamente per questo blog. Non mi posso lamentare dell’andamento del numero delle visite giornaliere e dell’apprezzamento dimostrato da alcuni di voi per voce o per e-mail: insomma, come si direbbe in termini televisivi, l’indice di gradimento è alto. In effetti dopo una lunga pausa ho ripreso a postare con una certa assiduità e la cosa ha portato a risultati lusinghieri in termine di numero di contatti. D’altronde per poter scrivere con frequenza quasi giornaliera bisogna avere cose da dire o da raccontare e la cosa mi succede in genere facilmente solo di ritorno da qualche viaggio: è che dovrei viaggiare più spesso. Cercherò di migliorare su questo aspetto. Anche gli introiti degli annunci pubblicitari pubblicati sono confortanti e anche al di sopra delle aspettative iniziali. Per tutto questo vi ringrazio. Ma ormai le vacanze si stanno allontanando nel tempo e siamo rientrati nella routine quotidiana e su questa sarà più difficile trovare spunti interessanti su cui scrivere. E questo ahimè porterà ad un calo di presenze nel sito. Cosa fare allora per mantenere vivo l’interesse nel blog e renderlo addirittura più appetibile? Vediamo. Il nome “Morcatana” è ,direi, azzeccato: è di fantasia ma evocativo, elegante ma accattivante. Se inserite la parola morcatana nella pagina di ricerca di Google, il link di questo blog sarà il primo nella lista dei risultati: quindi indubbiamente il nome funziona. Ma viviamo nella società dell’immagine dove l’apparenza soverchia i contenuti e mi accorgo che il blog non ha un logo! Ecco dove posso intervenire per migliorare questo sito: creare un logo che rimanga nelle menti e nei cuori. E siccome non sono un grafico e non mi va di pagarne uno, ho pensato di indire un concorso, aperto a tutti voi, per la creazione del logo ufficiale di Morcatana. Chi di voi vorrà partecipare potrà creare il logo in formato jpeg (può essre anche una foto) e inviarlo insieme ad un vostro nick name  alle seguente e-mail: luther-blisset@hotmail.it. Tutti i loghi che perverranno verranno pubblicati sul blog (vedi spazio in fondo alla pagina). Le vostre creazioni grafiche dovranno pervenire improrogabilmente entro il 15/10/2008. Il 16/10/2008 verrà aperta una votazione aperta a tutti i lettori del blog e il logo che alla data del 31/10/2008 avrà ricevuto più voti verrà assunto come logo ufficiale e diventerà parte integrante della veste grafica del sito. “Che si vince?” vi starete giustamente chiedendo. Potrei mettere in palio dei soldi ma questi sono fugaci e transitori e io voglio che il premio sia invece qualcosa che rimanga imperituro nel tempo. Quindi a parte la mia più profonda e incondizionata gratitudine, che a me parrebbe comunque più che sufficiente, il vincitore verrà citato nei credits del sito insieme ai suoi riferimenti e , se vorrà, a una sua foto che campeggerà nella pagina web per tutti i giorni a venire.

Beh mi sembra proprio tutto e quindi come direbbe qualcuno non troppo alto ma molto in voga in questo periodo: “buon lavoro”.

A presto.

martedì 23 settembre 2008

MITUMBA DI RITORNO


Pensavo di aver detto tutto sull’argomento (vedi Mitumba parte1 e parte2). Ma mi sbagliavo! L’Africa è sempre pronta a stupirti e quando pensi ormai di conoscerla ti spiazza con aspetti nuovi e inconsueti. Come è successo anche durante il viaggio di questo anno in Uganda. A Michele e Lara, miei compagni di viaggio di Milano, l’Egyptair ha smarrito i bagagli. Questi partiti da Malpensa si sono fermati al Cairo e non hanno proseguito per Entebbe come i loro proprietari. Sarebbero arrivati all’aeroporto di Entebbe soltanto parecchi giorni dopo di loro. E così Lara e Michele si sono visti costretti ad affrontare la prima parte del viaggio con i soli vestiti che indossavano al momento della partenza a parte qualche capo di vestiario che era contenuto nel loro bagaglio a mano. Ma da buoni viaggiatori non si sono persi d’animo e non ne hanno fatto un dramma. In particolare Michele appena arrivati nella cittadina di Fort Portal, dopo qualche giorno di campeggio nei parchi naturali, ha comprato in un piccolo negozio locale una maglietta usata. Una maglietta arancione, mi pare, leggermente scucita su una spalla con una macchia sul davanti ma pulita di bucato, che ha pagato un paio di dollari. E Michele (che è tale e quale a Guido Meda solo forse un po’ più giovane) quella maglietta la sfoggiava divertito ed orgoglioso. Ora la maglietta era sicuramente di provenienza europea una classica “mitumba” che qualche ragazzo europeo ha scartato perchè vecchia, la cui madre ha portato in qualche centro di raccolta di abiti usati per i meno abbienti e che dopo un lungo viaggio è finita nel circuito africano della vendita delle magliette usate. Mercato questo destinato normalmente a quegli africani non poverissimi che possono permettersi di pagare qualche migliaio di scellini per una T-shirt.e di cui Michele ha rappresentato una anomalia: un europeo che prima si disfa della maglietta ma che poi in caso di necessità se la ricompra, anche se chiaramente non la stessa ma una simile, a migliaia di chilometri di distanza. Ora non so se Michele quella maglietta l’abbia riportata in Italia oppure no, nel caso la maglietta avrebbe diritto a fregiarsi del titolo di frequent flyer. Ma anche nel caso che la maglietta sia stata abbandonata in qualche posto in Uganda e quindi con ogni probabilità riutilizzata da qualche africano, la storia si presta a qualche riflessione interessante. Innanzitutto le T-shirt sembrano dotate di sette vite come i gatti. Io ad esempio quando ho una maglietta ormai vecchia che versa in pessime condizioni non la butto ma la metto nello zaino dove la conservo pronta per essere utilizzata nel prossimo viaggio estivo. E così la maglietta che altrimenti sarebbe stata destinata alla spazzatura vive d’estate una nuova vita in qualche parte del terzo mondo. Qui una volta utilizzata viene da me abbandonata in un posto dove qualcuno possa facilmente trovarla e volendo riutilizzarla, dopo sicuramente averla però lavata. Mi fa piacere pensare che qualcuno possa  utilizzare qualcosa di mio e mi incuriosisce immaginare la storia che queste magliette possono avere dopo il mio abbandono. Chissà che fine avrà fatto la maglietta azzurra abbandonata su quel prato in Chiapas, o quella grigia lasciata su quella steccionata al lago Natron o quella polo blu lasciata sul ramo di un albero nel parco del Queen Elizabeth. Chissà chi le avrà utilizzate e se ancora le utilizza o se magari hanno cambiato proprietario e località. E poi questo concetto di T-shirt sharing potrebbe rivelarsi utile e interessante. Si potrebbe quasi partire senza bagaglio. Uno quando sporca i vestiti che porta li abbandona da qualche parte e ne compra per pochi soldi di nuovi, usati ma puliti. Anche se forse farebbe meglio a procacciarsi i nuovi vestiti prima di abbandonare quelli vecchi e sporchi.… Pensate zaini leggeri e mezzi vuoti che al ritorno possono essere riempiti con prodotti dell’artigianato locale da riportare in Italia piuttosto che con vestiti vecchi, sporchi e puzzolenti. Per noi europei ricchi sarebbe una comodità, per loro i poveri del mondo sarebbe un’opportunità.

venerdì 19 settembre 2008

PICCOLO SPAZIO PUBBLICITA'


Come forse qualcuno di voi, assidui lettori, avrà notato, nel blog è apparsa la pubblicità. In alto a sinistra e in fondo alla pagina web sono apparsi gli annunci di Google. Perché l’ho fatto vi chiedete? Boh! La cosa mi incuriosiva e ho provato ad implementare annunci pubblicitari per la semplice curiosità di capire come si faceva e cosa la cosa comportava, anche in termini economici. Paola, che è la compagna di mio fratello (la mia quasi cognata) mi aveva detto che sul suo blog http://diariodicucina.myblog.it/ (se volete potete andare a vederlo ma sappiate che non c’è neanche la ricetta dei waffle!) aveva già inserito le inserzioni pubblicitarie e mi aveva anche mandato via e-mail i link di alcuni siti che offrivano questo servizio. Questo accadeva alcuni mesi fa. L’altro giorno mi torna in mente la cosa, vado a ricercare la preziosa mail e chiaramente non la trovo ma non demordo faccio una ricerca su internet e trovo che Google AdSense può fare al caso mio. Mi collego faccio la registrazione aspetto la mail di conferma e in meno di 3 ore sono operativo. Ho un account su Google AdSense dal quale posso scaricare i codici html degli annunci da implementare sul blog e soprattutto una pagina con i report aggiornati in tempo reale dell’andamento delle visite e dei clic degli annunci pubblicati sul blog. Cioè, in soldoni (ma in questo caso sarebbe più opportuno dire: in soldini), ad ogni clic fatto da ognuno di voi sugli annunci, l’inerzionista mi riconosce un piccolo pagamento. Capito? Che state a fare lì ancora a leggere il post? Andate subito a cliccare sugli annunci!

Fatto? Bene allora adesso potete proseguire nella lettura… A parte che, come mi ha confermato anche il Dr House, il ciccare sugli annunci rappresenta un utile esercizio fisioterapico che aiuta a guarire ma anche a prevenire la sindrome del tunnel carpale (STC), cosi facendo contribuirete, anche se in minimissima parte, a mantenermi: una specie di adozione a distanza ma omeopatica. Tra l’altro gli annunci scelti in automatico da Google AdSense sono associati al contenuto specifico del blog, ecco perché in questo momento sono inerenti a fantomatici viaggi in Africa o a strani servizi di magia bianca, e quindi, in ultima analisi, potrebbero anche facilmente rivelarsi utili ai vostri scopi Tutta la vicenda comunque mi ha portato a capire alcune cose. Innanzitutto ho capito come facciano colossi come Google ad esistere e sopravvivere. I servizi di ricerca forniti a tutti noi in maniera gratuita sono pagati e anche profumatamente dagli inserzionisti pubblicitari non solo della pagina di ricerca di google search ma anche delle pagine dei risultati, come in una moderna e lucrosa catena di S. Antonio. L’altra cosa che ho capito è che per poter vivere di pubblicità in internet bisogna possedere un sito con moltissime visite giornaliere. Io in quattro giorni di annunci ho racimolato la bellezza di US$ 3,55. Considerando che c’era stata una domenica di mezzo il mio blog ha la potenzialità di farmi guadagnare circa un dollaro al giorno quindi diciamo circa $ 350 all’anno. Un po’ pochino per camparci. Ho paura che dovrò continuare a lavorare…

Però, ora che ci penso $ 350 sono pochi in Italia, ma all’estero? In qualche paese del terzo mondo? Magari in Africa? Allora mi documento e scarico dal sito dell’International Monetary Fund IMF (http://www.imf.org/) il file excel riportante insieme ad altri dati, i redditi nazionali pro capite di tutti i paesi africani. Cancello i dati che non mi interessano e ordino quelli rimanenti in ordine crescente di reddito procapite annuo del 2006 e osservo la tabella. Si va dai $ 120 del Burundi ai $ 9366 delle Seychelles. Chiaramente queste ultime non me le posso permettere, cosi come non mi posso permettere gli stati del nord Africa tutti sopra i mille dollari, per non parlare poi del Sud Africa: $ 5418 o del Botswana: $ 7021. Però avrei di che vivere in Uganda o Rwanda entrambe intorno a $ 315 o anche con qualche sforzo in più sulle spiagge di Madagascar o Mozambico sui $ 335. La Tanzania invece è appena fuori del mio budget: $ 371 sono un po’ più di quello che mi posso permettere senza considerare che i dati dell’IMF sono in rialzo per questi stati africani. Peccato! Mi sarei visto bene sulle bianche spiagge di Zanzibar tra un bagno, un cocco e una birra con l’unica incombenza di scrivere sul portatile, magari al tramonto all’ombra di un banano e sorseggiando Amarula, qualche bel post sulla vita locale ... Popobawa permettendo certo… Ma un attimo ora che ci penso questo dipende solo da voi! Quindi finito di leggere questo post cominciate a ciccare sugli annunci e non fermatevi se non per crampi. E spargete la voce.

Asante sana.

sabato 29 settembre 2007

Luther Blisset



Io sono democratico per cui decido io. Non consentirò commenti anonimi a questo blog! Ognuno dovrebbe avere il coraggio delle proprie opinioni. Però forse ha ragione Paola quando dice a proposito dei commenti anonimi "più che coraggio si tratta di pigrizia (aprire un account google?), o di incapacità (e come si fa?)".

Per questo ho creato un account Google a nome collettivo che chiunque potrà usare per lasciare i propri commenti. A questo punto anche i più pigri sono accontentati: il lavoro di creare un account Google l'ho fatto io per voi! I commenti potranno essere lasciati così in forma anonima o (e la cosa sarebbe certamente più gradita) firmati con nome e cognome o con le iniziali o con uno pseudonimo, fate voi. Il limite di ciò e che chiunque potrà lasciare commenti a nome di qualcun altro...

Il nome con cui lascerete i commenti sarà Luther Blisset che vedete sopra riporato in foto.

A questo punto le istruzioni operative:

per lasciare un commento nei campi da riempire con i dati dell'account Google nel campo NOME UTENTE scrivete: luther-blisset@hotmail.it e nel campo PASSWORD scrivete: "morcatana" come il nome di questo blog.

Spero di essere stato chiaro e nel dubbio di non esserlo stato a sufficienza aggiungo un immagine spero esplicativa.

martedì 18 settembre 2007

Canta che ti passa


Dopo la marchetta di ieri per il libro di mio fratello anche oggi un'altra marchetta! Certo se il buongiorno si vede dal mattino... E pensare che neanche mi pagano!

Comunque se suonate la batteria ma il vostro vicino vi minaccia con uno stinger! Se siete dei virtuosi dell'arpa celtica ma i vostri genitori vi hanno intimato un trasferimento coatto in Irlanda! Se amate cantare ma quando lo fate interviene l'unità di crisi della protezione civile.

Bene da oggi tutto questo non è più un problema. Alla montagnola in un delizioso e luminoso interrato Teto "Briatore" Riga, Massimo "Roscio" Di Gianvincenzo e Teresa hanno aperto due sale prova musicali, insonorizzate e dotate delle più avveniristiche strumentazioni musicali e di amplificazione. I prezzi sono modici, almeno a quanto mi riferisce Bono, e per qualche euro in più lo staff vi può far trovare qualche groupies nei bagni che rappresentano il vanto del centro musicale.

Per ogni altra informazione o richiesta "particolare" http://www.ridimusic.it/


PS In reltà apriranno solo tra qualche giorno ma voi intanto informatevi lo stesso.

venerdì 14 settembre 2007

A tutti gli arrampicatori (sociali e non)

Vertical FonteRomaEur: Palestra di arrampicata a Fonte Meravigliosa.
Vi aspetto e portate i cerotti

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Per il logo si ringrazia Lucaft qui ritratto in foto