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lunedì 19 luglio 2010

Campioni d'Africa


Una settimana fa esatta, il campionato del mondo di calcio si è concluso con la finale di Johannesburg tra Spagna e Olanda. La Spagna ha vinto, l’Olanda ha perso, tutti i commenti sono stati fatti, le polemiche varie si sono ormai sopite e i festeggiamenti si sono spenti anche in Spagna, almeno presumo.
Bene, lo so di non essere, giornalisticamente parlando, proprio sul pezzo, ma che volete… fa caldo e sono più pigro del solito! E ora e solo ora mi sento di poter trarre qualche brillante conclusione personale sull’evento sportivo appena terminato. E credo di avere anche i titoli per farlo legittimamente perché io in Africa a pallone ci ho giocato davvero e prima di Cannavaro e compagnia bella, guardate come prova la foto sopra. Eh si quello in primo piano riconoscibile per la carnagione più pallida e la plasticità dei movimenti sono proprio io!
Innanzitutto due considerazioni sulla finale. E’ stata una tra le partite più brutte di tutti i mondiali. Il gioco completamente annullato dagli eccessivi tatticismi messi in atto dalle due squadre europee bloccate dalla paura di perdere. Pressing portato a tutto campo, difese alte e tattica del fuorigioco: si è finito per giocare in trenta, quaranta metri quando il campo è lungo più di cento. Il risultato di avere venti giocatori ammassati in così poco spazio è stato che un giocatore appena riceveva palla non aveva neanche il tempo di stoppare il pallone che veniva subito pressato da almeno due giocatori avversari pronti a randellarlo se non si sbarazzava più che in fretta del pallone.
Immagino che se la partita non è piaciuta a me che sono europeo e quindi abituato all’esasperazione della tattica tipica del calcio moderno, tanto meno sarà piaciuta allo spettatore africano medio. Si perché per gli africani il calcio è soprattutto un gioco, un gioco divertente, prima ancora che uno sport. Per loro il risultato non è tutto. La massima soddisfazione la traggono dalla giocata ad effetto, dalla corsa instancabile, dal dribbling esagerato. Non è un caso che, almeno nella parte di Africa che ho visitato, il campionato di calcio più seguito attraverso i canali satellitari sia quello inglese: certamente il più spettacolare tra quelli europei.
A questo proposito vi racconto un simpatico aneddoto. Eravamo in Tanzania, in un piccolo villaggio ai margini del Serengeti, qualche anno fa. Passeggiando per la strada principale ci fermiamo ad osservare una masnada di bambini giocare con un pallone fatto di buste di plastica tenute insieme da elastici e corde. Da lì a metterci a giocare anche noi con loro è stato un attimo. Siamo andati a prendere il nostro bel pallone di cuoio e ci siamo divisi in due squadre. Squadre miste: bambini africani insieme a più attempati e imbolsiti muzungu (che in lingua swahili significa "uomo bianco"). Mi ricordo che giocavamo al lato della strada principale su uno strato soffice di pula proveniente dalla battitura forse del miglio. Mi ricordo la felicità di quei bambini nel poter giocare con un pallone vero. Mi ricordo la fierezza di quei bimbi nel giocare con degli adulti, europei come i loro idoli televisivi. Mi ricordo che erano bravi e che ci siamo divertiti tanto. Mi ricordo che non c’era modo di far rispettare dei ruoli prefissati a quei bimbi: difensori, attaccanti o centrocampisti, quando prendevano palla cercavano di dribblare tutti e segnare. Mi ricordo che in capo a venti minuti dall’inizio di quella improvvisata partita di calcio l’intera popolazione adulta del villaggio aveva lasciato le proprie occupazioni, senza grossi rimpianti immagino, per assistere e tifare alla partita. Mi ricordo in particolare di un bambino un po’ più piccolo degli altri a cui piaceva segnare e che tirava sempre in porta: nella propria o in quella avversaria non faceva differenza: l’importante era fare gol.
Ricordo che a fine partita, da meschini italiani, pensammo “bravi a pallone questi africani ma non vinceranno mai un mondiale!”. In realtà le squadre africane ci proveranno a vincere un mondiale e per fare questo già da adesso si affidano a tecnici europei che cercano di inquadrarli in schemi e tattiche rigide.
Ma ne varrà la pena? Varrà la pena snaturare così radicalmente quello che alla fin fine è e dovrebbe essere un gioco. Varrà la pena per vincere un mondiale giocare delle partite così brutte e noiose come quelle che abbiamo visto giocare in Sud Africa?
L’altra considerazione riguardo al calcio in Africa, riguarda i mezzi. Mi ricordo che l’hanno scorso attraversando Johannesburg ho visto lo stadio da fuori. Bellissimo. Ma per l’Africa rappresenta un eccezione così come il ricco Sud Africa rappresenta una eccezione nei confronti degli altri stati dell’Africa nera e così come il jabulani (il pallone leggerissimo e tecnologico dei mondiali africani) rappresenta l’eccezione nei confronti dei palloni fatti con le buste di plastica e con gli elastici con cui giocano la stragrande maggioranza dei bambini africani.
A questo proposito un altro aneddoto, non vi preoccupate:è l’ultimo. L’estate scorsa in Mozambico, eravamo ad Ibo l’isola principale dell’arcipelago delle Quirimbas. Nella piazzetta principale del villaggio, adolescenti africani giocavano a calcio con il solito pallone di fortuna. In questo caso c’era anche una porta: tre pali malmessi dalla precaria staticità. Passando rimaniamo colpiti d’abilità di un giocatore nel riuscire a tirare sistematicamente il pallone sotto il sette della porta. Poi un tiro impreciso fa rotolare il pallone verso di noi. E uno di noi orgoglioso della propria italianità, l’anno scorso ci potevamo ancora fregiare a buon diritto del titolo di campioni del mondo, calcia la palla per rimandarla verso i giocatori del posto.
Calcia in bello stile ma il pallone rotola solo per pochi metri. Il mio amico si prende il piede tra le mani e reprime con fermo stoicismo un fantozziano urlo di dolore. Non era sicuramente uno jabulani, il pallone calciato, ma un pesantissimo ammasso di buste e foglie. Rimane un mistero irrisolto della fisica come faceva ad essere piazzato sotto la traversa dall’esile giocatore di Ibo.
Beh mi sono dilungato anche troppo e le conclusioni e la morale di queste storie le lascio a voi.
Non vorrete che faccia tutto io….

PS Ringrazio Sara per avermi messo a disposizione la bella foto. Dubito però che l’abbia scattata lei…

lunedì 7 giugno 2010

Balaneria: breaking news


Parli del diavolo e spuntano le corna. So che è soltanto una semplice coincidenza ma il breve lasso di tempo (due giorni) che è intercorso tra il mio ultimo post e l’arrivo per posta del rendiconto trimestrale della mia carta fedeltà PAM, lascia quantomeno un po’ interdetti. Che PAM mi stia spiando leggendo il mio blog? Sembra fantascienza ma come vedremo nel prossimo post che avrà come argomento proprio i blog, non è poi un’ipotesi troppo lontana da divenire realtà…
Il resoconto l’ho ricevuto sabato e oggi che è domenica ho un po’ di tempo per studiarlo con calma. Il miglior modo per sconfiggere il nemico è conoscere come pensa e come agisce!
Vediamo. Innanzitutto ci sono dei buoni spesa tout court senza ulteriori condizioni per una decina di euro. E’ l’obolo che PAM mi paga per poter studiare le mie abitudini di spesa attraverso la tracciabilità degli acquisti garantitagli dalla mia carta fedeltà. Ma oltre agli innocui buoni spesa, la magnanima PAM mi propone quattro extra sconto per acquisti fatti rispettivamente nel reparto surgelati, nel reparto bevande esclusi acqua e vino, per i salumi serviti al banco e al reparto ortofrutta. A rettifica di quanto detto nel post precedente devo dire che gli extra sconto riguardano articoli che normalmente acquisto nella mia spesa settimanale. Questi extra sconto ammontano a circa il 20%, non male ma mi sarei aspettato di più da PAM, ma sono condizionati al raggiungimento di un importo minimo di spesa diverso a seconda del reparto.
E qui sta l’inghippo. Si perché ad occhio e croce l’importo minimo che devo raggiungere per garantirmi l’extra sconto del 20% (una tantum) mi sembra maggiore di quanto spenda normalmente durante la mia spesa abituale. Direi che PAM subdolamente sta invogliandomi a spendere di più: ad comprare quantità maggiori di quei prodotti che normalmente acquisto. Sta cercando, blandendomi con i suoi sconti, di far alzare di un po’ l’asticella dei miei acquisti. E poco importa se comprerò più di quello che mi serve e se quindi i bene scadranno e finiranno nella spazzatura o se vedrò aumentare i miei consumi e con essi il responso impietoso della bilancia.
Ma ora che so a che gioco sta giocando PAM mi comporterò di conseguenza… Comprerò per me le maggiori quantità richiestemi per ottenere gli extra sconti dei beni non deperibili (bevande e surgelati il cui consumo potrò dilazionare nel tempo) e le altre solo quando avrò ospiti a cena che ne giustifichino i maggiori consumi, per esempio.
Non sono un passivo babbano, io; ma un balano consapevole pronto a dar battaglia alla grande distribuzione con le sue stesse armi.
Lo so cosa state pensando: il sole di questi giorni mi ha dato alla testa e che comunque è una battaglia persa in partenza. Può essere ma non toglietemi la speranza di poter combattere per un mondo migliore, anche al supermercato!

giovedì 3 giugno 2010

Balani alla riscossa!


Innanzitutto due premesse doverose. La prima riguarda il titolo del post: balani. I balani sono dei crostacei che si attaccano fastidiosamente agli scafi delle imbarcazioni ma che in questo contesto vengono considerati nel senso che il marketing ha assegnato a questo termine. Dal punto di vista del commercio i balani sono infatti quei consumatori che si aggirano per i supermercati con i volantini delle offerte sotto mano e che comprano solo quei prodotti che sono venduti in offerta o meglio ancora sottocosto. Per i gestori dei supermercati e per i commercianti in genere, sono figuri deleteri che rappresentano una fonte di perdita invece che una risorsa, come i loro omonimi del regno animale lo sono per i naviganti e per le imbarcazioni.
La seconda premessa riguarda il mio atteggiamento nei confronti del marketing in genere. Odio tutto ciò che è marketing. Detesto i saldi, gli sconti e le tariffe differenziate. Per quello che mi riguarda, in un mondo migliore i call center che si occupano di telemarketing non esisterebbero o al più starebbero nel novero degli obiettivi sensibili del terrorismo internazionale.
Sono dell’idea che se un negozio vende un articolo in saldo al 70% del prezzo originario è perché qualcun altro, in regime di non saldi, ha pagato lo stesso articolo un 15% per cento in più del prezzo che il negoziante avrebbe potuto applicare se lo avesse venduto sempre allo stesso prezzo, garantendosi gli stessi incassi.
Sono anche dell’idea che se ognuno di noi, quando interpellato telefonicamente da qualcuno (generalmente al 95% sono gli operatori di telefonia fissa e mobile) che ci vuol vendere qualcosa di cui non abbiamo bisogno, lo mettesse in attesa magari per un quarto d’ora e magari facendogli sentire qualche musica insulsa (io ad esempio gli faccio sentire “Core Mio” di Wilma Goich e Edoardo Vianello) così come fanno “loro” quando siamo noi a telefonare ai call center del servizio clienti di turno per denunciare qualche malfunzionamento; bene, allora il telemarketing non esisterebbe più con grande sollievo di tutti noi.
Tutto questo per dire che ritengo di essere una persona che nulla ha a che spartire con i balani. Tanto più che normalmente tra le corsie del supermercato evito come la peste le offerte promozionali. Questo perché generalmente i prodotti in offerta sono proposti in confezioni per comunità e sono generalmente prossimi alla scadenza e io riesco a far scadere anche il latte a lunga conservazione…
E poi se una cosa costa di più magari è anche perché è più buona, almeno spero…
Ecco nonostante non sia tendenzialmente un balano, in questa mia crociata contro il marketing, ritengo sarebbe opportuno assumere invece comportamenti da balani proprio perché questi ultimi sono i più penalizzanti nei confronti della grande distribuzione.
Viviamo in un periodo in cui il mondo del commercio, ormai in mano alle multinazionali, sta cominciando a mettere a frutto la possibilità, fornita dalle nuove tecnologie, di studiare i nostri comportamenti come consumatori. Cioè i grandi negozi cominciano ad associare il nostro scontrino (cioè quello che compriamo: la nostra lista della spesa, al nostro profilo). Questo prima poteva avvenire solo per gli acquisti operati su internet laddove si è obbligati a registrarsi al sito di e-commerce e a pagare con carta di credito. Tutte cose che lasciano una traccia telematica.
Ma la stessa cosa avviene oramai anche quando ci spostiamo dal mondo elettronico al mondo reale. Alzi la mano chi non possiede la carta fedeltà del proprio supermercato di fiducia. Io personalmente ho quella di PAM. E così al prezzo di qualche euro di sconto al mese i grandi supermercati si comprano la possibilità di associare il nostro scontrino al nostro profilo. Nel mio caso la cosa avviene anche con la catena tedesca Metro.
Non so se ci avete mai ragionato su, ma dalla nostra lista della spesa si possono ricavare un sacco di notizie interessanti. Se sono single oppure se convivo (un maschio single per esempio comprerà prodotti per la barba ma mai assorbenti), se sono a dieta (in questo caso nel mio scontrino ci saranno prodotti ipocalorici e dietetici), quale è il mio budget mensile medio riservato alla spesa, se compro sempre le stesse marche o se vario, ecc. Da questi dati opportuni software tracciano il mio profilo di consumatore e mi propongono offerte e sconti personalizzati. Per esempio PAM a fine della spesa mi stampa insieme allo scontrino dei buoni sconto da utilizzare per la spesa successiva e Metro mi spedisce per posta un carnet di sconti su specifici prodotti.
Generalmente tutte le offerte sono finalizzate a far spendere più soldi al consumatore o comunque a parità di spesa ad aumentare il ricavo del commerciante. Le offerte mi invogliano infatti, a comprare prodotti superflui o un maggiore quantità o a spostare l’acquisto di un prodotto dalla marca che solitamente acquisto verso marche per le quali maggiori sono i margini di profitto del commerciante. Dalla mia esperienza ho potuto notare che generalmente i buoni sconti sono di entità limitata per quei prodotti che comprerei comunque mentre sono notevoli per quei prodotti che non comprerei mai.
Inutile dire, tra l’altro che dal mio comportamento il supermercato può evincere se sono un temuto balano. Nel caso non potendomi ancora impedire di entrare fisicamente nel supermercato verrò osteggiato in ogni modo lecito. Verrò così eliminato dalle mailing list riportanti le offerte o quest’ultime verranno limitate ad una scontistica minima sul tartufo o sullo champagne millesimato.
Come ci si può difendere da tutto ciò? Il primo metodo consiste nel non aderire mai alle tessere fedeltà, nel non registrarsi nelle campagne promozionali e alle tessere sconto. Personalmente non credo che arroccarsi su posizioni di difesa ad oltranza della propria privacy sia l’opzione migliore. Ritengo che sia un po’ una battaglia contro i mulini a vento e che inoltre in un ipotetico bilancio siano più gli aspetti negativi di quelli positivi nell’alienare le proprie informazioni personali.
Il secondo metodo consiste nel combattere il grande commercio con le sue stesse armi. Consiglio di non limitarsi ad una sola tessera fedeltà ma di creare almeno un altro vostro avatar utilizzando magari l’indirizzo di lavoro e le generalità di un amico. Se siete sposati e avete dei figli, con una tesserà fedeltà potrete fare la spesa “generalista”, con l’altra farete quella spesa che può far indurre il sistema a pensare che siete maschi e single ma anche analogamente donne e single. Quando il sistema vi avrà etichettati come single maschi e vi proporrà forti sconti per pannolini, assorbenti dando per scontato che non li acquisterete mai allora e solo allora il balano che è in voi verrà fuori e darà il via alla razzia sottocosto. E poi via verso un nuovo avatar…
Balani, alla riscossa!

martedì 18 maggio 2010

PostaCertificat@


Alla fine mi sono deciso. L’altro giorno ho richiesto l’attivazione di una casella di posta elettronica certificata (PEC) che il governo italiano offre gratuitamente a tutti i suoi amati cittadini. Voglio subito precisare che ho aderito all’iniziativa non perché particolarmente interessato al prodotto in se, ne perché, come sicuramente state malevolmente pensando, non sappia resistere alla lusinga di qualsiasi cosa mi venga fornita a titolo non oneroso. Infatti da più di un anno possiedo una casella di PEC che altrettanto gratuitamente mi fornisce l’ordine professionale a cui appartengo.
Se l’ho fatto è stato solo per timore di finire nel novero di coloro che dovendo dei soldi al fisco o a qualche ente pubblico, magari a causa di qualche cartella esattoriale “pazza” si ritrovano con la casa pignorata senza che gli sia stato notificato alcunché. In realtà credo di dover nulla al fisco o a chicchessia ma la puntata di Report sul modo, a dir poco disinvolto, che Equitalia utilizza nella sua attività di riscossione delle cartelle esattoriali, mi ha messo sul chi vive.
Visto che la pubblica amministrazione utilizzerà la PEC per comunicare con i cittadini, sarà più difficile per Equitalia sostenere di aver notificato ingiunzioni di pagamento che in realtà pare non ha sempre l’interesse di notificare con quello zelo che dovrebbe essere necessario.
E poi avevo letto o sentito da qualche parte che il governo avrebbe pubblicato su internet sull’apposito portale web l’elenco di tutti gli indirizzi di PEC. Vuoi vedere, mi son detto, che riesco a porre fine all’incubo peggiore che ha rovinato tanti dei miei sabati mattina? Quale? Ma chiaramente la presenza nella casetta delle lettere di casa del maledetto avviso di giacenza di una raccomandata con avviso di ricevimento! Che altro?
Ho la sfortuna di non essere mai a casa, visto che lavoro, durante l’orario di consegna della posta. A questa sfortuna si somma la sfortuna ulteriore che il palazzo dove vivo non è fornito di portiere. Così ogni qualvolta mi viene recapitata una raccomandata con ricevuta di ritorno sono costretto ad andare a ritirarla all’ufficio postale. Chiaramente di sabato mattina perché gli altri giorni ho il vizio di lavorare, mettendomi in coda ai tanti che come me si trovano nelle mie stesse sfortunate condizioni. Che poi perché uno deve mandare una raccomandata con ricevuta di ritorno e non una raccomandata normale? Bo! Non ho ancora trovato nessuno che ha saputo darmi una spiegazione soddisfacente. La ricevuta di ritorno prova che mi hai spedito una lettera ma non prova niente circa il suo contenuto. Posso sempre dire che la busta era vuota. O no?
Comunque in ogni caso il ricorso sempre più intollerabilmente frequente a tale prodotto postale appare quasi sempre ingiustificato.
E così con il cuore ricolmo dalla speranza di non essere pirateggiato da Equitalia e di vedere recapitate tutte le raccomandate con avviso di ricevimento comodamente sullo schermo del mio PC senza doverle andare a ritirare, dopo file inenarrabili, alla posta; mi sono collegato al sito www.postacertificata.gov.it e ho fatto la mia richiesta di attivazione della PEC.
Sul sito e sulle modalità del suo utilizzo: nulla da eccepire: chiaro, facile, veloce. Ho compiuto l’operazione di iscrizione on line in pochi minuti. Poi però leggo che per perfezionare l’attivazione della PEC devo recarmi presso un ufficio postale munito di un documento di identificazione valido e del codice fiscale. Ma perché? Perché non posso scannerizzare questi documenti e mandarglieli via e-mail o magari via fax come ho fatto per attivare la PEC dell’ordine degli ingegneri? Poi mi faccio coraggio, mi dico che tanto è una delle ultime volte che accade, e vado alla posta.
Faccio la mia brava fila, parlo con il giovane impiegato -stranamente sembra anche simpatico-, gli do la mia carta d’identità e il mio tesserino sanitario contenente il codice fiscale. Lui da parte sua coscienziosamente ne fa delle fotocopie e poi controlla che i dati corrispondano esattamente a quelli che io avevo precedentemente inserito nel sito. “Tutto a posto” mi dice, “ma adesso viene la parte piu lunga”. Al mio sguardo interrogativo mi dice che adesso deve stampare il contratto. In duplice copia! Ci vorranno almeno venti minuti!
Lancia la stampa e se ne va. E io capisco subito che non stava affatto scherzando. Sì perché la stampante è un enorme vecchia stampante ad aghi che vibrando e sferruzzando sonoramente riesce a produrre solo poche righe per minuto. L’impiegato torna che la prima pagina non è ancora terminata. “Ma Brunetta non poteva fornirvi di una stampante decente?” gli chiedo sorridendo. “Brunetta sta dentro la stampante!” mi risponde serio e se ne rivà.
Effettivamente le dimensioni mastodontiche e il modo in cui la stampante vibra facendo muovere anche il tavolo su cui è poggiata possono far legittimamente pensare che Brunetta vi sia contenuto veramente e che vi si muova, come suo solito, in maniera inconsulta.
Quando ritorna la seconda copia è appena uscita dalla macchina e giace per terra. Firmo una copia del contratto -che meno male che era di una sola pagina- e mi consegna soddisfatto la seconda copia. Il tutto è durato almeno venti minuti, non sto purtroppo scherzando.
Nell’andarmene, curioso come una scimmia di sapere cosa ci potesse essere scritto di così importante nel fantomatico contratto, do una scorsa veloce alla pagina.
“C’è un problema” gli dico “io non sono Ce/op Ef !Cfofefuj e non sono nato a Spnb”.
Si perché nella mia copia del contratto il form è scritto correttamente ma nei campi che dovrebbero contenere i miei dati personali sono inserite sequenze di caratteri casuali. Glielo faccio notare. Lui sbianca all’idea di dover ristampare quelle due pagine. Poi però legge la sua copia e tira un sospiro di sollievo. La sua copia è corretta! Me ne farà una fotocopia.
Ma perché non l’ha fatta subito la fotocopia, invece di stampare la seconda copia? Avremmo risparmiato dieci minuti buoni! Bo!
Finalmente ho la mia copia corretta del contratto, con tanto di timbri postali tondi –che sulla mia copia non c’erano-. Siamo nel 2010 ma non c’è niente da fare: in Italia solo i timbri tondi danno il crisma dell’ufficialità. Penso al fatto che dalla sinergia di Poste Italiane S.p.A., Telecom Italia S.p.A. e Postecom S.p.A mi sarei potuto un software di stampa migliore e me ne torno in ufficio.
Qui mi collego al sito e contro ogni mia previsione la mia nuova PEC è attiva. Provo a mandarmi una mail dalla mia vecchia PEC dell’ordine ma niente. Allora provo a fare il contrario ma niente lo stesso. Esprimo il mio disappunto a Luca che mi dice che la posta certificata del governo è una posta certificata finta, che si possono inviare e ricevere mail solo con la pubblica amministrazione.
Maledizione! Ma allora continuerò a ricevere avvisi di giacenza di raccomandate inutili che rompicoglioni non statali mi mandano più volte al mese?
FANCULO LA POSTA CERTIFICATA!

lunedì 10 maggio 2010

DE NUCULARITATE


Oggi come si può evincere dal titolo del post, voglio trattare di un argomento serio su cui esprimere delle osservazioni personali. Queste ultime molto meno serie.
L’argomento del giorno è il ritorno dell’Italia o per meglio dire del governo italiano - che non sono proprio la stessa cosa, al nucleare per la produzione dell’energia elettrica.
Come premesso le osservazioni che seguono sono del tutto personali ma sono per quanto possibile ragionate. Si perché nell’affrontare un argomento così delicato non si dovrebbe mai perdere di vista la ragione come guida da seguire nell’affrontare argomenti che si prestano per la loro complessità a strumentalizzazioni ideologiche e a controversie di vario tipo.
Ma siamo in Italia e tutto ciò che ha a che fare con la politica è diventato oggetto di tifo fazioso da stadio, per cui da una parte ci sono i sostenitori dei partiti al governo che sono per il nucleare ad ogni costo: quelli che con una barretta di uranio ci alimenterebbero anche lo scaldabagno di casa. Magari di casa del vicino perché non si sa mai…
Dall’altra parte ci sono i detrattori del governo che sono contrari al nucleare a prescindere, quelli a cui, per capirci, appartengono quegli amministratori locali che scrivono “comune denuclearizzato” nella targa di benvenuto al loro paese salvo poi servirsi del reparto di medicina nucleare dell’ospedale del paese vicino in caso malaugurato di bisogno.
Premetto innanzitutto che ritengo che le centrali nucleari di terza e quarta generazione (quelle che si dovrebbero costruire in Italia sono quelle di terza visto che la tecnologia di quarta generazione è ancora in studio e non ancora disponibile dal punto di vista operativo) siano sufficientemente sicure. E dico ‘sufficientemente’ perché nel campo della tecnologia, per quanto sofisticata come in questo caso, la sicurezza assoluta non esiste. Quindi sulla sicurezza delle centrali non nutro perplessità particolari a patto che siano progettate e costruite con serietà, non con il cemento depotenziato dell’autostrada Messina-Palermo, tanto per capirci. E a patto che con altrettanto serietà vengano gestite.
Ma sul versante dei controlli ho sentito già cose che non mi sono piaciute per niente..
Infatti le nuove centrali una volta costruite prima di essere messe in esercizio subiscono una procedura di licensing attraverso la quale un organismo di verifica, controlla che le nuove centrali dispongano di tutte le misure di sicurezza necessarie e che siano state costruite rispettando il progetto e tutte le norme tecniche applicabili. Solo se tutti questi controlli danno esito positivo e solo allora, la nuova centrale otterrà la licenza per poter entrare in esercizio. Ora non bisogna essere scienziati per capire che chi opera questa fase di licensing debba essere un organo terzo che non abbia preso parte al processo di progettazione e costruzione e che non abbia interesse alcuno a che la centrale entri in esercizio oppure no, nel caso risultasse non rispondente a tutti i stringenti criteri di sicurezza. Il governo italiano sembra orientato invece a nominare esso stesso le società di licensing e a fissare in massimo un anno il tempo per completare la procedura autorizzativa stessa. E ci risiamo: il controllato che si controlla da solo! E poi in tutto il mondo la fase di licensing dura svariati anni. Chi siamo noi per poter fissare un termine ultimo così breve? In questo campo la fretta è un lusso che non ci si può proprio concedere. I rischi sono altissimi e insostenibili.
La possibilità che il governo del ‘fare’ diventi il governo del ‘far male’ va scongiurato con ogni mezzo. A parte questo, ripeto: credo che le nuove centrali siano sicure.
E’ su tutto il resto che nutro più di una perplessità…
La prima è di ordine metodologico: l’Italia ha deciso di rinunciare all’utilizzo del nucleare con un referendum popolare. Non vedo perché non si dovrebbe rifare un nuovo referendum per ritornare su questa decisione. L’attuale governo ha si la maggioranza relativa degli elettori votanti ma non rappresenta certo la maggioranza assoluta degli italiani!
La seconda perplessità è di tipo economico. La scelta del nucleare è giustificata con esigenze di ordine strategico di diversificazione delle fonti energetiche e soprattutto con la prospettiva di vedere ridotto il costo dell’energia elettrica. Ma siamo così sicuri che l’energia prodotta dalle nuove centrali nucleari sia così economica? Su questo argomento, sull’economicità cioè delle centrali nucleari, ho letto e sentito di tutto e il contrario di tutto. Si tratta alla fin fine di banali conti economici che ognuno di noi dovrebbe poter capire senza troppe difficoltà se spiegati con sufficiente chiarezza. Il problema è che sul bilancio pesano come macigni alcuni parametri che sono ammantati da un alone di aleatorietà e che i sostenitori e i detrattori del nucleare addomesticano a favore dei loro convincimenti. Ora su alcuni di essi non ci dovrebbero essere incertezze: il costo di una centrale e il tempo necessario alla sua realizzazione dovrebbero essere dati certi e non misteri esoterici. Il problema è che anche su questi dati non c’è assoluta chiarezza senza dimenticarci che siamo in Italia, il paese dove la differenza tra un costo preventivato ed un costo a consuntivo e spesso volentieri è superiore al 100%!
L’idea che mi sono fatto è che la scelta del nucleare è al limite dell’economicità. Sulla convenienza o meno peseranno soprattutto il costo futuro dei combustibili fossili tra cui anche quello dell’uranio su cui è possibili fare previsioni solo approssimative.
A proposito dell’uranio quello che è certo, ma sono cose che il governo si guarda bene dal dire, è che la produzione odierna di uranio minerale è al di sotto delle attuale richiesta mondiale. In altri termini l’uranio estratto dalle miniere di uranio copre solo una parte dell’effettivo fabbisogno totale. La differenza tra uranio estratto e uranio effettivamente utilizzato dalle centrali che a seconda delle fonti varia dal 12 al 30%, viene coperta dall’uranio proveniente dallo smantellamento degli arsenali atomici di Russia e USA e dagli stock strategici. Ora non bisogna essere delle aquile per capire che la quota parte dell’uranio proveniente dal disarmo e dalle scorte strategiche delle superpotenze è destinato ad esaurirsi rapidamente. Si può immaginare un aumento della capacità estrattiva che però a meno di scoperte di nuovi importanti giacimenti, a mala pena potrà soddisfare la richiesta delle attuali centrali ma difficilmente di nuove. Insomma lo scenario dell’approvvigionamento dell’uranio è tale per cui la domanda supera e supererà sempre più l’offerta con conseguenze dirette sull’aumento del prezzo dello stesso. Tra l’altro già adesso il prezzo dell’uranio è in fase di crescita e tutti gli analisti economici sono pronti a scommettere su aumenti sensibili nei prossimi decenni.
Ecco: nell’analisi costi-benefici che valore del prezzo dell’uranio viene o verrà utilizzato? Quello di dieci anni fa in cui il costo era basso e stabile o quello che avrà presumibilmente tra qualche decennio quando le nuove centrali italiani saranno pronte ad entrare in esercizio?
Se la scelta del nucleare viene giustificata dalla necessità di non dover dipendere quasi totalmente da gas russo, perché dovrebbe essere più bello dover dipendere dall’uranio russo, visto che la Russia è tra i principali produttori anche di uranio?
La terza perplessità rappresenta il motivo principale per cui ad oggi sono contrario alla scelta nucleare: il problema delle scorie. In un eventuale referendum sul tema se si dimostrasse ragionevolmente la convenienza economica delle centrali nucleari, voterei a favore ma a patto che si trovi una soluzione vera al problema delle scorie radioattive. La realtà odierna è che il problema delle scorie è lungi dall’essere risolto. Il problema ad oggi nei paesi che possiedono centrali nucleari è risolto grosso modo nella stessa maniera: si fa un buco nel terreno, meglio se in una montagna e meglio se il buco e molto profondo. Poi si prendono le scorie si mettono in bidoni sigillati e magari affogati nel cemento e poi si butta il tutto nel buco e ci si augura che Dio ce la mandi buona…
Questo metodo può andare bene per il breve periodo, ha dimostrato preoccupanti lacune sul medio periodo (mi viene in mente il problema di contaminazione delle falde acquifere avvenuto in Germania in un sito di stoccaggio di bidoni contenenti scorie ricavato in una miniera di salgemma esaurita ed abbandonata. E sul lungo o lunghissimo periodo? Nessuno lo sa o può fare previsioni attendibili.
Questo perché le scorie hanno il difetto non trascurabile, di rimanere radioattive per molti secoli. E nessuno sa, perché non c’è un’esperienza pregressa a tal proposito, come si comporteranno i materiali usati per contenere e schermare le radiazioni a seguito di cento, duecento o trecento anni di radiazioni. Manterranno le loro capacità contenitive o si degraderanno inesorabilmente con conseguenze catastrofiche per l’ambiente? E soprattutto i siti scelti oggi per lo stoccaggio delle scorie perché a basso rischio sismico o di dissesto idrogeologico lo saranno anche tra cento o duecento anni?
Nell’ottica che l’ambiente in cui viviamo l’abbiamo solo preso in prestito dalle generazioni che ci succederanno non mi sento in diritto di lasciargli una eredità così rischiosa sulle spalle.
A proposito di quest’ultimo argomento, ho sentito qualche mese fa in una trasmissione giornalistica un qualche sottosegretario di un qualche ministero dire che secondo previsioni ‘autorevoli’ la tecnologia farà nei prossimi quaranta anni progressi tali da trovare una soluzione definitiva al problema delle scorie radioattive. Ecco allora propongo di rimandare la costruzione delle centrali a tra quarant’anni quando il problema delle scorie sarà finalmente risolto. Se si accettano ragionamenti simili si dovrebbe avere anche il coraggio di dirsi contrari, per esempio, alla costruzione del ponte sullo stretto di Messina perché tanto tra trenta anni sarà inutile visto che presumibilmente entro tale data ci sarà il teletrasporto. (Me l’ha detto il comandante James Tiberius Kirk!)
Ma queste sono solo opinioni mie personali. Credo che la decisione, visto la delicatezza dell’argomento e delle possibili conseguenze sulla vita di tutti noi, dovrebbe essere presa a maggioranza. Non credo che la decisione debba ricadere solo sull’attuale classe dirigente composta prevalentemente da ultrasettantenni formatisi negli anni cinquanta quando il nucleare veniva visto come l’unica scelta possibile, priva di grosse controindicazioni alla crisi energetica. Classe dirigente, quella attuale che tra trenta anni quando dovrebbero entrare in funzione le prime nuove centrali italiane sarà si spera bella e sepolta. Ed effettivamente, a dire il vero ed a pensare male, trovo sospetta l’adesione incondizionata di certa classe politica, il cui orizzonte temporale normalmente non va mai oltre il proprio mandato elettorale, alla costruzione di impianti di cui non godranno direttamente dei benefici. E soprattutto trovo sospetta la fretta che dimostrano nell’intraprendere questa strada senza ponderare preventivamente, come sarebbe giusto invece fare, i pro e i contro. Forse perché la gestione degli appalti per la progettazione, la costruzione e il controllo delle nuove centrali; i suoi frutti illeciti li può dare immediatamente? Mmm..
Comunque affinché i cittadini italiani possano decidere come è giusto che facciano attraverso un referendum, sull’argomento devono poter essere informati in maniera chiara ed obiettiva. Devono poter cioè sentire le argomentazioni di tutti gli esperti del settore: tecnici, fisici, economisti, medici, geologi, biologi, ecc. quelli a favore e quelli contrari ognuno con uguale diritto di spiegare le sue motivazioni e le sue opinioni purché ogni affermazione venga suffragata da dati obiettivi e documentabili.
Ho come però l’impressione che non è proprio questo quello che aveva in mente Berlusconi quando ha detto che l’opinione pubblica italiana andava preparata e formata. Temo che dovremmo sorbirci altri spot con topo Gigio che in camice bianco ci illustrerà la bontà della scelta nucleare. O peggio ancora: innumerevoli puntate di “porta a porta” in cui un parziale Bruno Vespa di fronte al plastico di una centrale nucleare intervisterà: la Parietti, Crepet e l’immancabile criminologo Bruno su perché le centrali nucleari sono la scelta migliore.
Se questa sarà l’”informazione” che ci verrà propinata nei prossimi mesi sull’argomento, invito tutti sin da ora a riguardarsi alternativamente le puntate dei Simpson riguardanti la centrale “nuculare” – come la chiama Homer – di Springfield. Saranno sicuramente più formative. D’OH!

martedì 27 aprile 2010

SETTE E LODE


Alice, la mia piccola musa e fonte di ispirazione (eh si sempre lei e mi sa che prima o poi mi toccherà riconoscerle delle royalties), l’altra sera mi ha detto di sfuggita di aver preso a scuola il voto di sette e lode ad un compito.
Alice per chi non lo sa, ha sei anni e fa la prima elementare. A quella età magari sette non è proprio un voto di cui andare fieri. Io e non lo dico per vantarmi, mi ricordo che alla sua età avevo tutti nove a dieci. Beh a parte quella volta che in prima elementare presi uno (si, si avete capito bene uno) perché avevo scritto, copiando erroneamente dalla lavagna, una pagina di “polla” invece che di “palla”. Ma questo è un altro discorso…
Torniamo ad Alice ed al suo voto. Dicevo che a quell’età, sette non è proprio il massimo della vita e lei ha pensato bene di abbellirlo con una lode che si è autoassegnata senza pensarci troppo su. E ancora non riesce a capacitarsi di cosa abbiamo noi grandi tanto da sorridere con sufficienza a quel suo sette e lode…
Quello di cui Alice si è resa protagonista inconsapevole è in realtà un atteggiamento che si va sempre più diffondendo nella nostra società governata in maniera prepotente dall’immagine e dall’apparire. Nel sistema di votazione scolastico a rigor di logica la lode non avrebbe motivo di esistere: 10 e lode non vale più di un semplice 10. Cioè 10 e lode vale esattamente come un 10 e non vale che so 10,1 o anche solo 10,001. La lode è una connotazione che si da al voto massimo per indicare che sei stato così bravo da andare in qualche misura “oltre” il massimo. Ma per un matematico il massimo è un limite per definizione invalicabile oltre il quale non si può andare, se no non sarebbe più di massimo ed essendo i voti assegnati su base numerica il concetto di lode appare superfluo e privo di significato logico. Una ridondanza: roba da umanisti!
In qualche modo potremmo dire che il voto espresso da un numero rappresenta la sostanza, il valore, la misura e la lode la forma, il modo con cui hai raggiunto quella misura. Fermo restando che la lode, a differenza di quanto pensi Alice, si associa solo al voto massimo: 10 o 30 che sia. In realtà non vedo motivo al mondo perché la lode non debba connaturare anche i voti intermedi. Sette e lode potrebbe poter infatti significare che vali sette ma che quel sette ti va proprio stretto tanto sei stato bravo, non certo come uno che ha preso otto, però… Alice è sempre un passo avanti.
Ma l’assegnare la lode anche ai voti intermedi non è un vezzo che ha solo Alice. Politici e giornalisti indulgono in questa attività. Per costoro riportare le cifre tonde, cioè solo la sostanza delle cose senza connotazioni accessorie e personali, rappresenta un rischio che non possono correre se non vogliono essere esposti al rischio di revisionismo. Nelle loro classifiche per esempio un terzo posto non sarà mai un semplice terzo posto ma sarà di volta in volta: un dignitosissimo terzo posto o un ottimo terzo posto o un terzo posto che vale come un secondo posto (cioè un terzo posto con la lode)
In Italia il debito pubblico sale senza controllo, il PIL diminuisce e la disoccupazione aumenta? Si ma stiamo uscendo dalla crisi meglio di altri paesi, voto: quattro e LODE.
Berlusconi davanti a Putin confonde la Russia con l’Urss ma dimostra una assoluta sicumera sulla bontà della tecnologia nucleare russa (d’altronde Chernobyl è in Ucraina), voto: quattro e LODE
La mafia italiana è solo la sesta nel mondo, voto: tre e LODE e baciamo le mani.

giovedì 7 gennaio 2010

AN ITALIAN CHRISTMAS CAROL (Part II)


Per chi non l'avesse ancora fatto consiglio di leggere prima la prima parte.


Il volto che i primi raggi di sole dell’alba illuminarono quella mattina, era quello di un uomo nuovo. La faccia era la stessa ma non aveva più quel cipiglio e quei tratti da impunito che lo facevano tanto visceralmente odiare dai suoi avversari. Avrebbe fatto subito chiamare i suoi per definire insieme a loro le nuove strategie politiche del suo governo. Ma i suoi sodali furono più lesti di lui e costrinsero i medici a ripetere tutte le analisi, TAC, risonanze magnetiche, ecografie, PET, alla ricerca di cosa avesse fatto uscire di senno il loro benamato Sire. Ma nulla fu riscontrato di anomalo nel suo cervello e i suoi lacchè furono costretti a rassegnarsi a presenziare alla riunione indetta dal loro capo nella sua stanza subito dopo pranzo.

Quello che accadde in quella riunione andò ben aldilà delle loro più fosche e torve previsioni.

“Bisogna porre termine al clima di odio che si è venuto a creare nel paese” esordì l’egoarca di fronte ai suoi, al completo.

“L’amore vince su tutto” proseguì. “Omnia vincit amor…” chiosò Cipollino subito fulminato dallo sguardo torvo di tutti gli altri.

“Ho pensato – continuò l’egoarca – che dobbiamo rifondare il nostro partito, il nostro popolo, su nuove basi programmatiche. Sarà un partito etico, virtuoso e ambientalista che si batterà per aiutare le fasce più deboli della popolazione, per favorire l’integrazione delle minoranze etniche, laico e moderno. Che si prodigherà per lo sviluppo della cultura e di nuove tecnologie pulite fruibili da tutti i cittadini.”

A quelle parole seguì una vera e propria ecatombe. Il ministro Tajola che aveva investito tutti i suoi risparmi - e non erano pochi -, per comprare i terreni dove avrebbe fatto installare le centrali nucleari di terzultima generazione dismesse dalla Francia che gliele aveva vendute con il fuorviante user name di “LUE” su ebay, pensando alla speculazione mancata e alla sua imminente rovina economica, sbarrò gli occhi e colpito da grave aritmia ventricolare cadde a terra come morto. Solo il pronto intervento del primario di cardiologia che gli iniettò 3 mg di atropina in vena, lo salvò da morte certa. Il ministro si riprese ma rifiutò di farsi ricoverare in terapia intensiva, come avrebbe invece voluto il luminare. Tajola non sarebbe mancato per nulla al mondo al proseguo della riunione, nella speranza di salvare il salvabile, e inforcati un paio di occhiali da sole per proteggere le pupille dilatate dall’effetto dell’atropina, si sedette stremato su di una poltroncina di Hello Kitty con in viso una maschera di odio e sofferenza.

Dal canto suo il ministro Maron Glacé, a sentire la parola: ‘integrazione’, fu colto da una forma psicosomatica di idrofobia e cominciò rabbioso a sbavare in preda a convulsioni generalizzate. Solo la somministrazione di un cocktail di farmaci ansiolitici e narcotizzanti in dose massiccia che lo prostrarono in uno stato di catatonia, atonia e atimia; lo riportarono alla calma.

Don Virzì invece a sentire parlare di laicità dello Stato ruotò la testa di 180°, come Linda Blair nel film ‘L’esorcista’, ed emise un getto di vomito verdastro col quale imbrattò il tailleurino della ministra dell’istruzione. La pronta somministrazione di un intero flacone di soluzione fisiologica di Lourdes per via endovenosa lo riporto ad una postura normale.

Solo 2232, a parte beninteso Cipollino che avrebbe seguito il suo Sire anche in fondo al mare, sembrò non risentire troppo delle esternazioni del suo capo. Aveva stampato in faccia un serafico ed enigmatico sorriso alla Joker di Batmaniana memoria, e non lasciava trapelare nulla di quello che stava provando. La sua mente in realtà era in piena e fervente attività. Analizzava tutte le possibili conseguenze delle parole dell’egoarca e studiava in tempo reale tutte le possibili contromosse da porre in atto per limitare i danni. Il suo vate Lucio Jelly sarebbe stato fiero di lui!

Intanto impassibile alle rovinose conseguenze delle sue parole, l’egoarca proseguì con l’esternare le sue intenzioni future.

“Per dare più incisività a questo cambiamento, cambieremo anche il nome e il simbolo del partito. Troveremo un nuovo nome che sia evocativo del cambiamento e della svolta ecologista. Un nome nuovo che tenga conto anche delle origini silvane del mio nome (perché era vero si, che era cambiato ma la sua autostima il suo ego smisurato non erano arretrati di un millimetro). Ecco ci sono!” disse “Chiameremo il nuovo partito ‘Felce e Mirtillo’!”

A quelle parole anche Cipollino ebbe un cedimento. Ma fu solo per un attimo. L’idea di poter avere l’onore di scrivere il testo del nuovo inno ebbe subito il sopravvento su tutto il resto. – ‘Felce e mirtillo / come del fiore il pistillo …’ - Il suo estro poetico fu però interrotto dall’ordine perentorio dell’egoarca “Adesso andate. Ho bisogno di rimanere solo per poter riflettere e riposare che domani devo andare alla conferenza mondiale sul clima di Copenaghen dove annuncerò che l’Italia si impegnerà unilateralmente a ridurre le sue emissioni di CO2. del 50% entro i prossimi 10 anni”

Così i suoi ministri uscirono attoniti alla spicciolata, chi era in grado sulle proprie gambe, chi non lo era fu portato via di peso dagli altri.

Quando la porta si chiuse e fu finalmente solo, l’egoarca pensò -Il dado è tratto! Anzi: alea iacta est (come aveva sentito dire da Johnny Tembo).- E con l’immagine di Romolo e Remolo che attraversavano il Rubicone per andare a fondare Roma, si assopì soddisfatto godendo, forse per la prima volta in vita sua, del sonno dei giusti.

Intanto nella saletta giochi del reparto pediatrico si stava svolgendo una riunione dei massimi vertici del suo partito (o forse sarebbe meglio dire del suo ex partito). Le grida concitate si sentivano per tutto il reparto deserto.

“Non possiamo permettere che si compia questo scempio dell’Italia e del nostro partito! Felce e mirtillo! Questo mai!” dissero all’unisono molti di loro.

“Non abbiamo tempo. Dichiariamolo subito incapace di intendere e di volere e destituiamolo!” propose Maron Glacé che trovò l’appoggio di molti degli astanti. Solo 2232 e Tajola rimasero impassibili alla proposta. Tajola perché il suo stato d’animo era indecifrabile dietro quegli occhiali scuri e 2232 perché aveva chiari i limiti di quel piano.

“Senza di lui la maggioranza si spacca!” disse infatti riferendosi all’egoarca “E questo non ce lo possiamo permettere”.

“Ho visto una volta un film che si chiamava ‘Face Off’, quello con Travolta e quell’altro, quello che mi somiglia” disse all’improvviso Gaspar “quello in cui fanno il trapianto della faccia!”

Le sue parole furono accolte da facce sbigottite ed interrogative. Solo 2232 capì quello che voleva intendere in realtà Gaspar con quelle parole. “Ma certo!” disse “Se uno di noi si scambia la faccia con lui possiamo continuare a governare come se nulla fosse successo! Ho letto che c’è un chirurgo plastico elvetico che ha dichiarato che è tecnicamente possibile fare questo tipo di intervento anche se ancora nessuno l’ha mai effettuato.”

“Ma chi può prendere il posto del Sire?” si interrogò perplesso.

“Io! Io!” Urlò come impazzito Cipollino che alla sola idea di avere l’onore di fregiarsi della faccia dell’egoarca, ebbe una polluzione spontanea che coprì strategicamente con un pupazzo di winnie the pooh messo con nonchalance sulla patta macchiata. La manovra non passò inosservata alla ministra Michela Vittoria Granbella che pensò di essere stata lei la causa di quanto successo e lusingata accavallò più volte le gambe con fare sexy. –Come Sharon Stone in Attrazione Fatale!- pensò Gaspar che magari come politico non era un granché ma come cinefilo non aveva uguali, almeno al governo.

“Non dire idiozie!” ruggì 2232 alla volta di Cipollino “Come puoi prendere il posto dell’egoarca se sei alto più del doppio!”

Era vero: Cipollino con la faccia dell’egoarca non sarebbe stato neanche lontanamente credibile. I presenti si guardarono l’un l’altro cercando chi tra i presenti poteva farsi impiantare la faccia del primo ministro. Ma nessuno sembrava compatibile in quanto a statura.

Quando all’improvviso entrò trafelato il ministro Roscetta.

“Scusate” disse “sono arrivato tardi perché sono rimasto bloccato dagli scioperi nell’ordine: degli autisti ministeriali, dei controllori di volo, dei piloti, dei macchinisti e dei tassisti. Ma non appena torno a Roma scrivo un decreto legge che depenalizzi l’omicidio dei sindacalisti. Maledetti fannulloni!… Ma che avete tutti quanti? Perché mi fissate tutti?”

Eh si, Roscetta era famoso per la sua statura o meglio per la mancanza della stessa e quindi era l’unico candidato possibile per il trapianto.

“Andate a morire ammazzati!” sbottò, quando fu messo a parte del piano. Va bene mettersi a servizio della causa ma a tutto c’era un limite. Perdere la faccia, soprattutto nel senso letterale del termine, non fa piacere a nessuno senza contare poi i rischi e la sofferenza legata all’intervento chirurgico sperimentale… Roscetta stava rapidamente guadagnando l’uscita quando i politici presenti alla riunione gridarono all’unisono “Fermatelo!”.

Ma essendo più abituati a dare ordini che ad eseguirli, nessuno si mosse di un millimetro. Ma proprio quando stava ormai varcando l’uscio guadagnandosi così la salvezza, Roscetta fu assalito alle spalle da Michela Vittoria Granbella. Tra lo stupore generale, la ministra aveva spiccato un balzo felino verso la porta, aveva afferrato Roscetta alle spalle e lo aveva spinto prono a terra. Poi, stando a cavalcioni sul dorso del collega, con rapidi gesti si era sfilata l’autoreggente di destra e con questa gli aveva legato tra loro i polsi e le caviglie dietro la schiena. “Va a morire ammazzata” aveva allora gridato il ministro, sentendosi immobilizzato. Ma la Granbella con un rapido gesto si era spogliata anche dell’autoreggente di sinistra e con questa aveva imbavagliato il povero Roscetta riducendolo al silenzio. Tutti gli altri erano basiti, con gli occhi fuori dalle orbite per lo stupore.

“Come in Kill Bill!” pensò Gaspar con gli occhi più fuori degli altri.

Ora che il donatore/ricevitore del trapianto incrociato di faccia era stato trovato, solo un uomo poteva opporsi allo svolgimento dell’operazione “Face Off” e quest’uomo rispondeva al nome di Johnny Tembo!


TO BE CONTINUED




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Per il logo si ringrazia Lucaft qui ritratto in foto